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Strange days

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December 15, 2005

Professionisti del cazzo

Non scrivere, tirare avanti, fumare sigarette, controllare i pensieri, nessuna pagina abborracciata: mi sono dedicato per qualche settimana a questa spedizione senza oggetto, mi sono appaltato al silenzio. Non ho ottenuto nulla e non potrei continuare per molto, così vi rinuncio. Ho fisiologicamente bisogno della mia quota di errori per unità di tempo. Il villeggiante che non invidio, in questa stagione, ha bisogno della sua razione di sole e di  riposo, ha bisogno di grattarsi: quella nobilissima collezione di pigrizie che è la ragion d’essere dell’espressione  "in panciolle”, polirematica che descrive la condizione più ovviamente desiderata. Dopo un pranzo leggero, tra le due e le quattro, nelle ore peggiori del pomeriggio, ovunque si trovi un individuo in vacanza ci sarà qualcuno che suda e qualcun altro che spia ammirato il suo sudore. Si canta, si socializza e si giudicano cocomeri, le entità necessarie per il sollievo dal caldo, i soprammobili dell’estate. Il detenuto si gode le due ore d’aria e  poi torna a progettare il ristoro, un’attività ben più faticosa del facchinaggio e più complicata di una congiura. Non mi capita spesso di conoscere persone soddisfatte della gestione del tempo libero, e quasi tutti mi sembrano ossessionati dai concetti di pianificazione, ottimizzazione e razionalizzazione del divertimento; incapaci, persino nell’amministrazione dello stomaco, di essere dei dilettanti.
Io sono un altro genere di detenuto e le mie due ore d’aria trascorrono nello stato pietoso di chi si flagella da solo. Tra le due e le quattro del pomeriggio, tutti i giorni, il paziente me si occupa di commettere errori. Indosso le scarpe e prendo le chiavi dell’auto, gli strumenti dell’errore, e mi avventuro per le strade deserte, le mie acque termali, concentrato nella funzione di concepire ogni genere di sbaglio. Più tardi formulo i pensieri, enuncio le teorie e inizio a metterle su carta. So di non essere incompreso, perché trovo sempre compagnia nei miei fallimenti erratici.
Non fa pena questa mia sorte? Pretesa ridicola, la compassione di chi si evita. Tuttavia sono in grado di suscitare almeno un sentimento presso quelle coscienze ostili che si nutrono di fanatismo feriale: solo i dilettanti provocano la costernazione dei professionisti quando le due categorie condividono il mestiere, giacché i secondi non possono imporre ai primi la propria visione del mondo, ma sono costretti a vederseli a fianco come concorrenti, contendenti (essendo incapace, la mente di un professionista, di concepire se stessa al di fuori di una paranoica scala).

P.S.: spero che sia chiaro che qui si parla di “professionista” in senso degradato. È all’idea della professionalità che sono allergico, non a chi la incarna.

December 12, 2005

Lugi l'ipotetico

Per la stanchezza provata allo specchio; per la signora Hertzel a corto di borghesia e smaniosa d’averla; per quei soldatini dell’informazione che della guerra vedono solo la rappresentazione, militanti della  propria gazzetta  e devoti a qualche salotto, e completamente orbi fuori da questi due luoghi di verità; per le sigarette di Wittgenstein e per l’ira di Russell, intossicato solo dai fumi della logica; per la bonaccia intellettuale dei miei compagni di scuola, che progettavano lucidamente ogni istante di una vita orribile, dai primi sacramenti di un certo di rilievo fino alla soglia della cassapanca; per Ulisse l’architetto, il più profondo pozzo della furbizia, epico e tetro; per Luigi XXI l’Ipotetico, il nonno in comune dei miei personaggi, che vive da dieci anni come semplice astrazione e che ogni tanto si incarna come voce narrante: è risorto. Per queste cose scrivo?
Quasi nulla di tutto questo esiste veramente ma per scrivere –prima di inventare favole- devo inventare i buoni motivi, ed un concentrato di buoni motivi dà alla macchietta che li rappresenta la sua vera essenza: l’assurdo. Chiaramente il rischio dell’incomprensione o del fallimento è alto, per via di alcuni caratteri costitutivi del rapporto tra ogni scena e il suo teatro, quando si pretenda di distinguerli in maniera troppo netta. Così il personaggio si trasforma in un indovinello da sciogliere: è un senzadio che dev’essere nato per una ragione precisa, che personalmente ignora; vive un’esistenza sperimentale, al termine della quale lo spettatore, il lettore, l’occhio vigile del voyeur cercheranno il lieto fine, l’offerta didattica di un tipo esemplare, l’iscrizione in calce di una morale. Vive come didascalia e fa quello che fanno le scimmie quando mangiano banane nei laboratori, consegnandosi senza volontà, con nessun altra ispirazione che quella dello stomaco, al pomposo universo della spiegazione causale. Domani saranno servite a qualcosa, presumibilmente a curare una malattia.
Luigi XXI l’Ipotetico mi fa notare che questa logica presume che anche l’esistenza sia una malattia da curare (e poi Luigi ricomincia a morire).

December 09, 2005

Apriti imene

Apriti imene. La causa della donna è finita nelle mani degli specialisti: siamo sopraffatti dai tecnici, dai periti, dai grandi intenditori della figa e dei suoi disagi. Non dirò nulla, per ora: sono troppo stanco: ma se nel frattempo una vagina si solleverà contro l’invasore, risuonerà l’eco del mio evviva. L’erotismo, e anche l’amore, appartiene ai sopravvissuti. I superstiti soltanto possono amare. Possono dichiarare, e non si reprimono: piuttosto, si disperdono in minuziose illustrazioni di quella gentile disposizione che, soli, li tocca: li sfiora, e inizia il contagio. Ma i miei superstiti, va detto a scanso di equivoci, sono coloro che, in nome dei morti, non indugiano nella tentazione ma la assecondano prima possibile; e non fanno uso di una violenza superiore a quella che si richiede. Sono, ad esempio, maschi non vegetali che alle mie latitudini scarseggiano. Può darsi addirittura che non esistano.
D’altra parte, qui la questione è donna: ideologia contaminata da virtù moderne, non esattamente un essere umano e neppure una bestia civilizzata: essa è altro, in continua evoluzione, a seconda delle catene che una certa epoca le impone. Sempre e comunque le manca qualcosa. Innanzitutto, la lotta contro la natura è solo all’inizio, mentre con squilli di trombe la si proclama emancipata. Se ci siamo liberati da alcuni virus, non ci siamo ancora liberati da tutto il peso della biologia. Nascere con i genitali sbagliati è l’unica condizione veramente disgraziata e universale, e completamente indipendente dalla geografia. La donna è donna ovunque e, con rare eccezioni, è un primate con diritti molto limitati. Ciò che non le è vietato oggi le verrà vietato domani, quasi sicuramente: le conquiste troppo facili hanno anche vita molto breve. Più che per la propria libertà, la donna deve lottare contro il tempo, perché l’orologio biologico e l’orologio sociale, precisamente sincronizzati, ne hanno fatto un terribile ordigno riproduttivo al servizio della pace pubblica. Nel candore del ventre materno si mostra la tregua, si brevetta l’armonia e si oblitera l’angoscia. Si finge: e ogni finzione si rende disponibile, e non una sola viene trascurata. Nell’immagine della donna il dispositivo mondo funziona, e tanto gli basta: ma, mentre la rappresentazione è moralmente frigida, la donna in carne e ossa, che non vuol dire in figa, è profondamente disprezzata. Non si disprezza una donna in particolare, la cortigiana in calore o la vergine immacolata, ma si disprezza tutto il genere femminile: la sofferenza, naturalmente, è individuale, e il più delle volte silenziosa. Non più puttana, non solo puttana, una donna che oggi voglia essere libera è una commessa viaggiatrice che si deve procacciare l’affare libertà trattando con degli uomini sostanzialmente inetti, e pronti a servirla in tutto e per tutto, come farebbero dei moderni cavalieri strafottenti dell’altrui volontà: cioè rassegnati all’idea di doverla rendere nuovamente schiava.

December 03, 2005

Le mani nei capelli

Ho sempre fretta di scrivere, ma credo che tanta premura non mi condurrà da nessuna parte. Le mani nei capelli e gli occhi chiusi sono la posa che mi racconta meglio, l’immagine che resterà quando di me non vi sarà altro. Quel ritratto mi rende giustizia, più di ogni parola. Il mio estroverso barbugliare è il sintomo evidente di una solitudine che si è lasciata addomesticare. Ho un uditorio di amici, che gratificano la mia via crucis con dimostrazioni d’affetto: la terapia della saliva, un bacio sopra ogni ferita, a grandi linee. Quando nessuno mi vede, invece, quando tutti tornano ai rispettivi doveri, accadono strani fenomeni che non riesco a spiegare. Accadono in segreto, perché così ho deciso, e non c’è quasi nulla che una volontà avvezza all’inconcepibile non possa reprimere. Si può dire, forse, che mi duole l’anima: ma non vedo il sangue. Si può dire che mi duole il pensiero. Si può dire che mi duole l’essere, con tutta la fuggitiva scorza. Ho tutti i dolori sbagliati. Si può intuire facilmente il motivo per cui, quando ipotizzo un convegno dei sette saggi della modernità, il coordinatore dei lavori sia un Samuel Beckett letteralmente prostrato da questo mondo. Tutto ciò che ho scritto, ogni singola parola, non è servito a niente. Ho gettato nello sconforto una decina di persone, e una mi ha amato. Per il resto, ho trascorso le mie giornate confabulando con i muri. Ricordo che S. scrisse: Per molto tempo ho preso la penna per una spada: ora conosco la nostra impotenza. Non importa: faccio, farò dei libri; ce n'è bisogno; e serve, malgrado tutto. La sconsideratezza è l’unica virtù di cui sono provvisto, a parte un’estetica profondamente pessimista che mi permette di scorgere, dietro le migliori azioni, i figuranti che sono stati seppelliti per renderle possibili. Sono inquieto, domani è un altro giorno. La parola canterà: speranza. Credo che si tratti dell’unica parola che possa stare in una relazione quasi matematica con la menzogna. Altri uomini, stesse mani nei capelli.

November 24, 2005

Il martirio di una donna

(a proposito di Stati d'Assedio)

La donna, si dice, ha bisogno di essere protetta. E la si protegge! Nei rapporti di coppia questo gioco ipocrita arriva al punto che la tutela si trasforma in martirio. Da quale tremendo orco la si deve difendere? Dall’uomo, naturalmente. E chi, in questo girotondo della menzogna, rappresenta il servizievole cavallerizzo della figa? L’uomo, ancora una volta. Ma questo è un gentiluomo, mentre quello di prima era un immondo gaglioffo. Questo rompicapo della verità umiliata è talmente diffuso che chi si rifiuti di ammetterlo come patto implicito di un rapporto di coppia rappresenterà, agli occhi della comunità, un novello Astolfo: un simpatico e disadattato extraterrestre, un abitante di altri mondi, lontani e irreali. Un idealista invasato di buona fede e libertà, ovvero dei peggiori istinti antisociali. Nel gioco della protezione dissimulata la vittima è la donna, e di solito il suo compagno è un carnefice sufficientemente consapevole: le telefona alle due di notte per sapere se lei stia bene, se goda di buona salute, se in quelle cinque ore di assenza non sia per caso inciampata sul gatto; le chiede di portare sempre con sé il telefono, manco dovesse nutrirlo, ma preferirebbe che indossasse un microfono vivavoce; la riempie di consegne e raccomandazioni contro gli altri maschi, i comuni amici dotati di batacchio, dei quali conosce l’indole farabutta e scopereccia, perché è egli stesso il più illustre esemplare della mandria; la accompagna quando vorrebbe restare sola, esattamente come farebbe un diligente secondino, e viene da chiedersi di quale infame delitto si sia macchiata: perché il castigo procede dal delitto, o almeno così si dice. Al ritorno da un lungo viaggio l’uomo, il compagno, il promesso sposo, prima ancora di avviarsi alle abluzioni, fa la conta dei preservativi, perché si suppone che la donna sia traditrice ma ingenua: un’apostata del cazzo che tuttavia non penserebbe mai di poter comprare una propria confezione di preservativi. Non è una vita, ma un bagno penale. Non dirò a nessuno “liberatevi”, perché chi si infila di propria iniziativa in un reclusorio del genere deve pur avere una forte attitudine alla penitenza, e qualche forma di masochismo che mi sfugge. Ma se vi sorgesse il dubbio, anche per un solo istante, che si possa vivere in un modo diverso, non date ascolto alla voce del padrone, che indica sempre la retta via: “non deviare, amore mio: mia galeotta.”.

November 21, 2005

La pietosa condizione della donna intorno al 2004

Probabilmente Orlando è vissuto quattro secoli per niente, e di Virginia Woolf si dirà che non sapeva nuotare. I simboli invecchiano, si indeboliscono, e con poca fatica si possono raschiare dalla memoria delle donne più ostinate e scioccamente libertine. Un ritratto di Rosa Luxemburg si può stracciare in pochi secondi.
Mi rendo conto, parlando con R., che c’è un modo molto semplice per negare una libertà: basta dichiararla storicamente acquisita, e rifiutarsi di ascoltare le parole superflue. Atteggiamento tra i più sospetti: diffido di chi afferma che le parole siano superflue, perché ogni buona ragione è sempre stata superflua prima che un ingegno riluttante fosse pronto ad accoglierla. Perché nel 2004 si dovrebbe ancora discutere della libertà della donna, quando la sua libertà si sarebbe dilatata a tal punto da suscitare il maschile timore? Ma è ovvio: proprio perché la libertà non dovrebbe spaventare nessuno. Di fatto, qualcuno trema e qualcun altro si sgomenta. Per comodità, assumiamo che esistano due bestie lievemente asimmetriche e, a parte la collaudata compatibilità sessuale, pensiamole come appartenenti a due razze differenti: il maschio e la femmina. Il maschio umano e la femmina umana. Si accerterà in seguito se questa tassonomia sia bugiarda, o se la mia fantasia sia troppo fervida. Vedrete come ogni cosa funziona. Se devo credere a ciò che vedo, sembra che la femmina sia una bestia nata libera, ma che secondo il maschio viva meglio in cattività. Limitata per istinto, condotta dalla vagina ad agire in maniera balorda, ovvero intemperante per legge di natura, la femmina libera, di fronte alle meraviglie del creato, non vede altro che cazzi. Perciò, insieme a futili monili, ha bisogno di invisibili catene. Le vecchie cinture di castità erano solo il segno di un’inciviltà più esplicita, in un tempo in cui la schiavitù non era sottintesa. Adesso ci siamo evoluti: di fronte al problema di arginare un’ideazione fallica e morbosa dell’universo, in cui ogni maschio rappresenta bottino, abbiamo introdotto delle regole più subdole e delle inibizioni più profonde. Se per la cintura di castità bastava una chiave o una combinazione, per le femmine del 2004, per non essere puttane, non c’è altra soluzione che farsi monache di clausura. Aut-aut: consacrate al cielo o al marciapiede. Inoltre, è comunemente accettato che la femmina sia doppia e menzognera, e in nessun caso potrà agire con l’approvazione del maschio: lui perennemente frustrato, lei perennemente alla ricerca della formula magica che la trasformi da delusione vivente in Brava Compagna di Una Vita. L’impresa è ardua, sia chiaro: dal punto di vista del maschio, se la femmina esce da sola dopo il calar del sole, è evidente che stia andando a caccia, e che non tornerà prima di essersi saziata di sperma. Embé, ribatte la femmina? Si dà il caso che quasi ogni femmina sia il possesso, materiale e spirituale, di un maschio: sin dal giorno in cui una femmina giura “ti amo” si consegna nelle mani del maschio, cioè di un destino infame. Una virtuale pisciata dagli zigomi all’alluce marca i confini di quella proprietà: sarà libera, secondo la volontà e i modi di un altro. E’ una libertà piena di se: se non si chinerà su cazzi altrui, se non farà tardi la sera, se si masturberà in un parco incantato, se mentirà come si deve mentire, se non proverà ad essere donna, se prometterà eterno amore e ne fornirà costanti prove, quante bastano a trasformare la vita in un’ossessione. Che resti femmina, libera nelle ipotesi. Libera, a mille condizioni. Siamo sicuri che maschi e femmine di uomo appartengano alla stessa specie? Sono forse liberi allo stesso modo? Altrimenti - come arguisce lei alle ore 6.58 - dovremo riconoscere di trovarci di fronte a una forma mascherata di razzismo.

November 20, 2005

Vergine di qualcosa

Vecchio_2Il giovane scomparve, lentamente: inesorabilmente, con crudeltà, Caligola si sostituì alle belle speranze di un paggetto per nulla idiota, ma del tutto inadatto a questo mondo. Ed eccomi qui: sono io, Caligola. Ho aggiunto un’altra circostanza alla narrazione: come mi trasformai, come riuscii nella comoda impresa di trasfigurare un uomo libero in uno schiavo insanguinato: niente di più facile, giacché quello'uomo ero io. Sono stato, ricordo. Chino su me stesso come un vecchio sulla memoria, non ho dimenticato nulla. I grandi ideali, i progetti, le donne, l’angoscia. L’angoscia. La morte. L’ho vissuta tre volte, piangendo per me stesso, patetico specchio che rimandava l’immagine di colui che avrei voluto essere, fallendo nella miseria più
schietta. Atroce inno ai miei diciotto anni, quando lo spettacolo stava per iniziare: a venti ero già una carogna, avevo bruciato le tappe di una carriera in cui gli uomini investono le energie di una vita, insieme a quel deserto infame che portano in testa, visibilmente attaccato ad un collo che si fa ruvido senza alcuna pietà, e gli anni passano, grandi barbe proteggono gli uomini precocemente sdentati: tutto questo non ha senso. Non è affatto vero, ha ben più di un senso, per chi abbia la voglia e la forza di farsi beffe di se stesso, di mettersi in gioco nel momento in cui la partita è già persa. Non serve coraggio, basta la sola disperazione. Niente può consolare un uomo che si conosca davvero, tranne, in rari casi, un altro uomo, spesso peggiore di lui, ma più votato al martirio che alla menzogna. Amate bugie, mi salverete ancora una volta. Se avrò un istante, in punto di morte, dirò a me stesso d’essere stato un uomo magnifico, nobile nei punti giusti, severo all’occasione, servile per il resto degli anni. Non avere il tempo di essere smentito, sbugiardato, deriso: ecco l’inconfessabile illusione di quel giovane che scelse di essere Caligola, che preferì uccidere piuttosto che morire, come è ovvio, ma non del tutto. Ci sarà un attimo in cui mi potrò raccontare ogni genere di favola, la morte non mi fa paura, piuttosto mi rallegra. Non c’è fretta. E il mio segreto, a questo punto? Lo porterò nella tomba, intona la retorica, la madonna stonata nei secoli, vergine di qualcosa, non certo della parola.

November 19, 2005

Should I stay or should I go

(rimossa dal vecchio roquentin.net per eccesso di spam: datata, per fortuna)

Sono caduto vittima dei moralisti, mio malgrado. Il moralista è l’idiota incoronato da sé, è la vergine dei dieci minuti, il cacasenno in cimbali che scopre la stessa luna di Ciaula e la deve condividere a costo della vita. L’altrui approvazione è la migliore cipria per la sua esistenza infame, e un tozzo di consenso non è difficile da mendicare. Si dice che, prima di essere seppelliti, dovranno pur vivere. Vivano, dunque: e da una fortezza di cartapesta rompano pure i coglioni, ma a piccole rate. Non qui. Non adesso. Mai più. Il moralista: questa pietra di sublime stupidità non camminerà mai da sola, come ogni pietra, come è ovvio: si regge su numerosi bastoni, le fragili fondamenta di un castello di frottole: gli altri - lo specchio - daranno l’assenso, meglio se esplicito, e per il potere di un dio acefalo l’opera sarà compiuta e poi rifinita. La pantomima sarà realtà, la paglia si farà acciaio, e la coda servirà a incidere i languidi solchi di una personalità patetica. A proposito, mi devo ammorbidire, lo dicono tutti, una stagione a bagnomaria mi renderà adatto al mondo, così da poter scrivere lettere a individui che detesto, a stringere mani che non conosco, a ringraziare, incassare e riciclare virtù inesistenti per anime bisognose di grandi dosi di quell’aria fritta. Allegria, dunque, finalmente ho capito, il cavolo che mi ha partorito non era dei migliori, serviva del tempo: ce l’ho fatta, ci sono, eccomi, mi adatto, mi curvo, mi inchino, mi fletto, sono la gomma dei vostri sogni. Il mondo è senza dubbio un luogo confortevole, a brand new world, perché Huxley era un inguaribile ottimista, bisogna riconoscerlo, e quattro teste di cazzo possono rifare l’universo da capo in meno di una settimana, con due giorni di siesta, cinque giorni in tutto, viventi compresi. Carichi d’oro e di singolare amore, affermano un'indiscutibile verità e realizzano una grandiosa cialtronata: si accorgono che il mondo fa schifo, sanno bene come peggiorarlo, e agiscono di conseguenza. Voglio dormire. Moralizzato fino al midollo, pieno dei migliori sentimenti, pronto a collaborare: prendetemi sul serio, sono il sovrano degli imbecilli che dilapida il proprio tesoro, sono il terreno fertile, sono la vita che cresce, il cancro che attecchisce, sono la gramigna che non avvizzisce mai: arrivo, aspettatemi. Domani è un altro giorno, domani è già tardi. Domani sarò morto, con il vostro permesso, ma terribile e immorale esattamente come ieri.

It was never OK, it is not OK, it will never be OK, you should know it, Mr Existentialist.* * (M.T., lettera privata)

November 17, 2005

E' scappato!

"Mi dovresti spiegare cosa hai voluto dire."
"Così, in una frase?"
"In breve."
"Non posso."
"Devi."
"Non voglio."
"Dammi il senso!"
"Arriva…"
"Soggetto, predicato e complemento."
"Si è fermato."
"Che vuol dire?"
"Non arriva più. E’ permaloso, non ne vuole sapere."
"Ci può dare un accenno, un indizio, un concentrato? Mantenendo intatto il tono."
"Stravolto dalla rabbia…pare facile. Si è andato a nascondere."
"Il signore non si concede. A chi appartiene?"
"Era mio."
"Allora comandalo!"
"Umiliarlo così?"
"Ti fa pena."
"Sì."
"E’ più importante di me."
"Solo nel ramo della pena."
"E’ una cosa!"
"Pure tu."
"Almeno per una certa ristrettezza di vedute…"
"Ah già, tu sei rivoluzionaria. E la rivoluzione impianta l’anima."
"Io ho delle idee, tutto qui."
"La rivoluzione e le idee: la tua topaia teorica."
"Non mi hai ancora spiegato nulla."
"Scriverò un libro di una riga e te lo leggerò dall’inizio alla fine."
"Allora sarai chiaro."
"In un lontano futuro…"
"E’ ancora offeso?"
"Sempre."
"Si può fare nulla?"
"Potremmo provare a fingere che non ci interessi. Alzati."
"Che fai?"
"Io presidio la porta di destra e tu quella di sinistra. Quando salta fuori è fatta."
"E se prova a scappare?"
"Colpisci alle gambe."

November 14, 2005

Il cielo e un bel niente (Accetto consigli dai morti)

Ho preso in considerazione l’idea di dividere la mia vita in due non come la notte e il giorno non come la noce di cocco non come Berlino che confusione amore mio oggi muovendo gli occhi muovevo il mondo secondo te si è spostato di un millimetro sono ostinate le cose sono duri calli è la forma che sbuffa è un colpetto di tosse dentro un ospizio un vecchietto dovrà pur essere morto in quel preciso istante sostituito da un superuomo in perfetta salute è la parte peggiore di me non riesco a fare a meno di vivere ho amato quel vecchietto ma non so chi sia lui è morto senza la mia avemaria potrei disprezzarlo per convenienza ma sono sconveniente per costituzione amore mio sostiene che non si capisca ma in effetti non si deve capire non c’è niente da capire si capirà domani oggi incomprensione e malinteso mi possono bastare mi hanno capito fino alle otto e trenta si sono sciupati cazzi in pompini di reciproca benevolenza adesso basta voglio la loro idiozia la loro più pura idiozia quando avranno finito tirerò lo sciacquone come di consueto è un problema astratto a questo punto il lettore indignato ha abbassato lo sguardo ci vuole la cruda materia perdio il crudo corpo il crudo protagonista dell’imbroglio carne ossa e faccia di cazzo la verità è un fatto personale tra me e il mondo una polemica infinita sono stanco portatemi a casa con le mie pagine inutili con le mie parole vane con le mie buone intenzioni con i miei pessimi risultati il vecchietto ormai cadavere si rivolge a me dicendo hai ragione ma non te lo posso dire quando si muore si muore ma anche da vivi non è un gran sollazzo ci manteniamo a debita distanza l’uno dall’altro soprattutto nelle occasioni che contano il coraggio è la scelta più rara si preferisce una verità insignificante il coraggio è innocente e generoso e verso l’innocenza o verso la compassione non si distende un’anima e non si incrocia un beato del piffero la volontà la vanità la crudeltà le nostre doti migliori il bisbiglio dello Spirito Santo non s’ode più com’è insensato il mondo come lo abbiamo voluto noi ritenendo che fosse Un Altro a volerlo oppure un pauroso Ulisse che si sedette a fissare le Colonne.