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Strange days

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January 27, 2006

Memoria, crisi, Mozzi, letteratura [Your feedback is vital]

Telegrafico.

Dopo 4 tentativi a vuoto (pochi, considerato il periodo), e altrettanti avvisi "your feedback is vital", non avendo tempo per le questioni vitali secondo typepad, mi milito a segnalare:

Memoria: 27 gennaio: ricordare: ricordare: ricordare: ric...

su Unità di Crisi

(chi abbia voglia e tempo lo faccia "girare")

e una prima replica (autosufficiente) riguardo alcune questioni discusse su Vibrisse, Lipperatura e Origine, ospitata su Lipperatura.

January 18, 2006

Se la pecunia odora di sacro

di Francesco

Mi guardo bene dal credere di poter risolvere o spiegare il rapporto psicologico e culturale che legherebbe il concetto di denaro alla sinistra con un post, ma è da alcuni giorni che ci si interroga su di esso e sulla presunta diversità che ne discenderebbe per la sinistra.
Al di là della strumentalità nel porre problemi metapolitici in luogo di quelli politici che dovrebbero interessare milioni di elettori, avendo io molti, ma molti meno lettori di quei milioni, posso anche perdere un po' di tempo per tentare di chiarirmelo e anche contribuire a sfatare il mito della semplificazione moralistica con la quale si cerca di definire quel rapporto.

Non dispongo di sondaggi o di ricerche in merito, perché non ne conosco, né di testi, perché non ve ne sono.
La traccia di questo post è puramente speculativa, frutto di ragionamenti e di esperienze concrete. Però, fino ad oggi le spiegazioni fornite da vari commentatori della questione, forse per una recondita responsabilità del linguaggio televisivo e della stampa (attuale) mi hanno soddisfatto poco.
Non credo, intanto, che la questione si possa porre (tanto meno esaurire) considerando la pura e semplice dimestichezza con il denaro, come proveniente da un'attività economica piuttosto che da un'altra (Scalfari a Ballarò). In quella dimestichezza sembra prendere corpo un giudizio sulla spregiudicatezza che ne seguirebbe nel considerarlo un fine e non un mezzo; il denaro in realtà da tempo tende a esistere sempre meno e a incombere come una qualità spirituale, quindi per sua "natura": sacra (con i sacerdoti che ne officiano i riti e ne comprendono le recondite quintessenze) e pervasiva (perché, almeno in teoria, disponibile per tutti e indispensabile).
Neppure si può partire dal presupposto di un atteggiamento benevolo (o addirittura "laico") inculcato a certe categorie sociali, che troverebbe radicamento nell'etica capitalistica tout court con tanto di basi puritane e protestanti (seppur importanti), di cui la destra in Italia beneficerebbe, per proprietà transitiva. L'etica protestante serve a spiegare molto, ma non tutto, del vigore economico di popoli diversi dal nostro, e non può far velo alle esperienze con il denaro delle cattolicissime prime banche italiane (dai Medici ai Bardi, fino ai Peruzzi) che tanta parte ebbero nel fondare il capitalismo mercantile nel Basso Medioevo; e tanto meno, per fare un esempio, può farci dimenticare la prima rappresentazione legale del denaro tutta  "made in italy", dell'invenzione della cambiale.
In realtà se c'è una caratteristica che ho visto emergere in tutti questi anni  nei capitalisti italiani spicca la loro fisonomia di grandi mercanti, piuttosto che di grandi imprenditori.
Tra l'altro, le documentate contestazioni nell'attribuire merito a quell'etica, nel dare spiegazione del vigore economico di un popolo, di un'etnia o di un gruppo sociale sono state recentemente proposte da Ami Chua nel riferire del dominio plurisecolare della minoranza cinese (lontana anni luce da puritanesimi e calvinismi) sulle economie di Malesia, Filippine, Indonesia, Vietnam, Birmania e Singapore, accostato alla tradizionale e millenaria "apatia" economica dei cinesi rimasti in patria.

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January 17, 2006

Le manifestazioni di Milano e di Roma.

di Rossana di Neurogreen

Sono più di due millenni che il potere maschile della Chiesa si affanna a ordinare i rapporti intersessuali secondo interpretazioni punitive, negando la possibilità  del carattere liberatorio e improduttivo del corpo femminile.
Accade che nel momento in cui vi è il tentativo di costruire un nuovo dis-ordine globale, la Chiesa si senta in obbligo di ridiscutere la laicità  dello Stato (con l'appoggio della parte più integralista e conservatrice dello stesso) per ancorare moralmente il proprio popolo contro il caos che fa confondere il bene dal male. La fede deve coinvolgere tutte le dimensioni dell'essere, dalla vita privata a quella pubblica, sdivinizzando un mondo che ha avuto la presunzione di non riconoscere più Dio come unico creatore.

Ed eccoci di nuovo insieme, a difendere la legge 194 sull'aborto.

[...continua a leggere su Unità di Crisi]


January 14, 2006

La solitudine dello scrittore come fatto sociale.

[tra una pila di appunti sulla Dichiarazione dei diritti (e dei doveri) dei narratori di Wu Ming,  prima di un lungo intervento sul dibattito che si può leggere su Lipperatura e su Vibrisse]

I nostri autori ci lasciano qui. Soli. Chi comanda i pensieri istruisce la mano a dire ciò che non si può dire, a patire sui fogli l’ossessione dei disgraziati: gli scrittori, la specie simbolica, gli affabulatori a cui non bastò il padrenostro come criterio di verità. E si ritrovarono soli. Colmo dell’ingiustizia, non si faranno mai compagnia e, abbandonato il rosario per la macchina da scrivere, non potranno che contare sulla propria disperazione, ognuno sulla propria, e scambiare opinioni da eterni e inconsolabili delusi. Torneranno alla loro ossessione, si spingeranno lontano, ma mai abbastanza, brilleranno per una parola e precipiteranno nel buio: così pare che debba accadere. Sia chiaro, nessun malinteso: non vi è destino, non vi è una storia a cui sia impossibile sottrarsi, un precipizio inevitabile: sono seducenti balle per aspriranti maledetti.
Le storie si scrivono o si vivono, secondo alcune norme che passano dalla vita alla narrazione e viceversa, ma io non saprei distinguere troppo chiaramente se si tratti di vita o di racconto. Non ne farò un dramma, mi basta l’avventura, e riguardo la sua classe ontologica basta attendere la morte dei filosofi che investono un’esistenza su questioni immortali e lacrimevoli: visti quanti ne ha fatti piangere l’essere, e piangere invano. La religione durerà ancora, il clero non spicca certo per onestà ma per spirito di conservazione. Dietro questo disfattismo mimato si nasconde il più ingenuo buon umore, giacché la massima aspirazione di pastori e reverendi è di ricalcare le orme di Gesù Cristo senza mai concedersi alla croce. Come epigoni sono dei dilettanti, e questa è l’immagine della loro incazzosa divinità: un dilettante della giustizia, un aborto morale senza responsabili bene individuati. Un vaffanculo che non si incarna mai.
I nostri cari autori, i nostri amati scrittori, hanno abolito le virtù astratte per lasciarci a mani vuote: l’auspicata perfezione è degenerata nel vizio, avrebbe sostenuto un Torquemada in vena di delucidazioni. Si dirà che c’è qualche eccezione: certo, è vero, c’è persino chi, come Boezio, cerca ancora la prova dell’esistenza di dio, e, fatto inaudito, la trova: spesso, nelle piccole cose; ancora più spesso nelle cose inesistenti.
Ma (avversativo di un'impostura) la solitudine dello scrittore è, ancora una volta, un fatto sociale: altrimenti è il vanto di un'ipocrisia.

January 12, 2006

Da Giulio Mozzi a Lipperatura: le domande sbagliate e la morte della critica.

C’è una superstizione che va raschiata dalle menti più pervicaci, e più meticolose nella cantonata, visto che abolirla per decreto non si può: il fatto di poter formulare una domanda in maniera grammaticalmente corretta, e anche argomentata, non è sufficiente a fare della domanda stessa una domanda sensata. Colossali sciocchezze, con la dovuta accortezza, possono essere offerte al pubblico in forma rigorosa e articolata, dopo adeguata ruminazione.

A prescindere da questa osservazione di carattere generale, riconosco a Giulio Mozzi un singolare talento nell’intricar matasse di genere pseudoletterario, che va ben oltre la sua abilità nello scansare le domande. Ma su Mozzi tornerò al termine dell’ultima puntata de “la cosa”, su Lipperatura. Nel frattempo, mi limito a dichiarare le premesse di un discorso, che incidentalmente contengono un accenno di replica a Mozzi.

Ecco le premesse, per ora, del discorso che seguirà.

1) Esistono gli studiosi di letteratura, e posso garantire che esistono anche gli studiosi di letteratura contemporanea: la specie non è affatto in via di estinzione.

2) Gli studiosi di letteratura sono critici letterari tanto quanto gli studiosi di filosofia sono critici filosofici e gli studiosi di gastronomia sono critici gastronomici: sono critici quando agiscono da critici. Non era poi così complicato.

3) Chi tratta il critico come una guida spirituale e si attende di essere orientato, indirizzato, guidato sulla retta via, baratta il critico con una bussola e ne fa un patetico arnese al servizio del mondo letterario, almeno in teoria: in pratica, la bussola ha un ago che punta sempre nella stessa direzione, e la metamorfosi in bussola fa sì che la fede del postulante sia ricambiata con una lista della spesa, il più delle volte. Chi ha bisogno dell’incarnazione di questa idiozia può ben dichiarare che la critica letteraria sia morta, non una volta ma cento: e mi impegno personalmente a pagare i funerali passati e presenti.
E’ chiaro che esiste il critico letterario che si dedica volentieri alla distribuzione di pessimi consigli, spesso con la sicumèra di colui che sa, l’immodestia dell’educatore di masse ostile alla disgregazione del gusto, ed è anche vero che può accadere che trascenda in una forma di egolalia compulsiva, proponendo sempre gli stessi, disgraziati, autori: le sue prime vittime, in attesa dei lettori. Fa tutto ciò con l’identico paternalismo di chi consigli un’iniezione per i casi più gravi, un provvedimento necessario in uno stato di emergenza, e lo fa per la propria gloria, ossia il riflesso del lanternino di chi, solo, ha visto subito ed ha visto bene.

4) Perciò: la questione della morte della critica, in questo momento storico, mi sembra intimamente legata alla proclamazione di un presunto stato di emergenza.

[continua]

 

Usciamo dal silenzio.

[riporto testualmente da Babsi, per Simone, Lui o per altri che abbiano voglia di diffondere l'appello di usciamodalsilenzio.org]

"C’è un evidente e insidioso attacco alla 194, una legge che funziona, autorizzando l’aborto senza favorirlo, proteggendo la salute delle donne e diminuendo drasticamente il numero delle interruzioni di gravidanza. L’indagine voluta dal ministro Storace, le proposte di guardiani della morale e di dissuasori nei consultori, i ripetuti violenti attacchi delle gerarchie ecclesiastiche all’autodeterminazione - oltre a penalizzare la professionalità degli operatori- rappresentano un’intimidazione nei confronti delle donne, soprattutto delle giovanissime e delle straniere. Siamo convinte che la nascita di una nuova vita parli della relazione tra i sessi e della responsabilità maschile nella riproduzione e nella sessualità. Dagli uomini non vogliamo solidarietà, ma il riconoscimento di essere parte in causa. Chiunque si arroghi il diritto di imporre una gravidanza non desiderata in termini di divieti, aiuti e controlli, considera le donne una categoria sociale a potestà limitata. Difendere la 194 significa guardare più lontano, alla libertà di donne e uomini di decidere di sé, delle proprie vite e di quelle a venire." [Dal volantino per la manifestazione, qui in .pdf ]

Io non so se potrò essere il 14 a Milano, ma l'appello di usciamodalsilenzio.org lo sottoscrivo con tutte le energie che possiedo. E con preghiera di ridiffusione.


 

December 26, 2005

Gesù Cristo e Berlusconi

(vecchi pensieri in disordine)

Bene, vogliamoci bene: per amare saremmo disposti a tutto.
Oggi pomeriggio ho udito - con le mie orecchie, dico, non con quelle di un altro - che Gesù ci ama, volenti o nolenti. Ecco, sta lì e diffonde volentieri  questo sentimento, dal quale procede una specie di contagio a cui l’umanità non si può sottrarre: parafrasando, a grandi linee, la prudente opinione di uno che l’ha visto, e per questo si è trasformato in sacerdote. Non dico che si sia fatto prete, ma che si sia verificata una vera e propria metamorfosi: come il bruco mette le ali, lui ha messo il cupo abito del signore. Una seconda pelle di cui va fiero, ninnoli compresi, croci e anelli, perdono e baiocchi. Condoglianze. Ma come, io mi nego al suo amore? Ebbene, io non vorrei mai essere amato da uno sconosciuto, e per di più senza poter ricambiare. Che amore è mai questo? Non ci posso parlare, non ci posso scopare. Si ama, lassù, ma in modo indeterminato: quaggiù si pretende sempre qualcosa.
La frequenza con cui l’Altissimo si manifesta a mezzo stampa, o in televisione, mi snerva. Del resto, lo stesso Berlusconi lo prende a modello, credendo di intuire la strategia vincente: se onorano il padre e si inchinano al figlio, dopo ben duemila anni dal giorno in cui lo inchiodarono, Silvio, senza per questo farsi mettere in croce, ha compreso come non farsi dimenticare. Eterno sarebbe il mio rancore, in effetti, se me ne venisse data la possibilità: per fortuna morirò prima di assistere al tetro spettacolo dei suoi monumenti: a cui mani cortigiane e  bene ammaestrate attaccheranno la sospirata chioma, che già si intravede, pelo per pelo, giorno dopo giorno. Ecco una certezza: Silvio, da morto, avrà indietro tutti i capelli. Se non sarà Silvio, sarà la sua immagine. Già ora non riesco a distinguerli, Silvio e l’immagine, l’uomo e l’ombra. Sembra tutta ombra, ma senza alcun mistero.

December 23, 2005

Da Bologna (Serie A) a Bologna (Serie B)

CHE SUCCEDE?

Ma che succede nella città che un tempo si considerava vetrina del socialismo dal volto umano? Adesso il socialismo non c'è più, ma anche il volto umano è ricoperto di pustole e cicatrici. Parlo di Bologna dove da qualche tempo è arrivato un tizio che vuole metterci in riga. Da quando c'è lui, l'ordine regna sovrano. Nervosismo, discordia, aggressività, sfruttamento, violenza. Tutto nel quadro della legalità.

da leggere, Franco Berardi Bifo su Carmilla.

December 15, 2005

Biondillo: sui giallisti "falsi letterati"

di Gianni Biondillo

[Gianni Biondillo, scrittore, ha pubblicato i noir Per cosa si uccide e Con la morte nel cuore (Guanda); è autore di testi televisivi e cinematografici]

Ho ricevuto un fax da una amica. È un articolo di Maurizio Cucchi sul Corriere della Seradi lunedì: Il trionfo dei giallisti, “falsi” letterati. Interessante, molto interessante.
La prima cosa che fa Cucchi è mettere, come dire, le mani avanti: a lui Lucarelli in tivù gli sembra bravo e “persino” simpatico. Bene. E poi, en passant, ci confessa che con tutta la buona volontà, lui, Lucarelli non l’ha mai letto. Non ce l’ha con lo scrittore, è proprio che Cucchi non riesce ad appassionarsi ai cruciverba (?), ai rebus (?), e ai gialli (scusate, sono tonto: ma cosa c’entra?).
Non riesce a leggere la leggendaria Settimana enigmistica, così come i noir o i thriller sono per lui “misteriosamente tabù”. Be’, uno potrebbe dire: “finiamola qui. Non li hai letti, non hai nulla da dire in merito”. No. Non è così. Non li ha letti, ma Cucchi ha un sacco di cose da dirci in merito.

La prima cosa è che “il genere domina”. Già. “La narrativa è fieramente occupata da giallisti e affini”. Per lui, che non riesce a leggere i gialli, deve essere proprio un problema. Poniamo che io non riesca a leggere poesie (fortunatamente non è così, fortunatamente io alla fonte di Cucchi mi sono assai abbeverato): deve essere una bella fatica per me entrare in una libreria e trovare solo libri di poesia. Già.
Mi viene un dubbio. Su certe cose sono un tipo preciso fino al maniacale, controllo la classifica delle vendite di questa settimana: dei primi dieci libri di narrativa italiani in classifica solo due (ho detto 2 non 20 o 200) si potrebbero classificare come giallo-noir: Romanzo Criminale di De Cataldo, al sesto posto, e La luna di Carta di Camilleri, al decimo. Il primo è Baricco.
No, no, è chiaro, Cucchi intendeva il dominio culturale, non quello delle vendite. Ora che mi ricordo, il suo romanzo era uno dei finalisti dello Strega di quest’anno. Il premio dei premi. L’avrà vinto il solito giallista, mi dico. Vado a controllare. Accidenti: non c’è neppure un giallista nella cinquina. E neppure nella selezione allargata ai primi 11 libri. Boh, non capisco.
Rileggo l’articolo, magari sono io che sono proprio tonto.
I giallisti, ci dice Cucchi, fanno “letteratura” in quanto, appartenendo ad un genere, “compiono un’operazione squisitamente letteraria”. “Ma” (ecco la frase illuminante) “lo sappiamo: la letteratura (senza virgolette) è un’altra cosa”. Così si chiude l’articolo.
Ho capito tutto.
Non ha senso, per ciò, che io ora gli spieghi che forse dovrebbe informarsi. Che “scoprire chi è l’assassino” come in una sciarada da Settimana enigmistica è una cosa completamente ininfluente nella letteratura noir (vedi, appunto, Romanzo Criminale). Che persino il morto può non esserci nel genere giallo (negli ultimi 3 racconti che ho scritto non c’è un morto neppure a pagarlo). È perfettamente tempo perso rammentargli che Sciascia di “gialli” ne aveva scritti sei, che La promessa di Durrenmatt è considerato un capolavoro del noir, che il Pasticciaccio brutto è un poliziesco a tutti gli effetti.
Non è di questo che stiamo parlando.
Vi dirò: non credo che Cucchi sia in malafede. Credo anzi che sia sincero. E neppure che stia dicendo una bugia. Cioè: penso che il suo assunto sia completamente indifferente sia al vero che al falso.
In questo senso è perfettamente inutile che io gli ricordi che se parlassi della poesia contemporanea citando come unico referente D’Annunzio, per poi aggiungerci: “tutto questo andare a capo non lo capisco, mi indispettisce, è per questo che non leggo poesia, ma ho molto da dire in merito”. O, altrettanto, se per parlare di fisica teorica mi rifacessi ad Aristotele e poi aggiungessi che non sopporto gli ipse dixit, insomma che se facessi questo, quanto meno qualcuno potrebbe chiedersi se io non stia dando aria alla bocca.
Quello che sta facendo Cucchi con il suo articolo è un’altra cosa. Sta dialogando, per sottintesi, con qualcuno. Lo rassicura. A quel “qualcuno” sta dicendo: “ehi, ci siamo capiti? Io lo so cos’è la letteratura, quella senza virgolette”. Non ha importanza se lo sa veramente o meno. E non mi soffermerei neppure sull'eventuale tono pretenzioso o snob. Quello che fa Cucchi, con quelle affermazioni, è dare una certa impressione di sé a un particolare auditorio.
Ormai ci sono. Mi ha aiutato nell’analisi del testo cucchiano la lettura illuminante di alcune pagine di Harry G. Frankfurt, eminente filosofo morale docente all’università di Princeton.
Le affermazioni di Cucchi sono sincere, insisto. E non sono, necessariamente false (“i valori di verità delle sue asserzioni non sono al centro del suo interesse” dice Frankfurt). Inoltre “non si cura di come stanno davvero le cose” (sempre Frankfurt). Infatti Cucchi ammette di non leggere Lucarelli e, la parte per il tutto, neppure tutti gli altri “giallisti”. E, come già detto, cerca di dare un’impressione di sé al suo auditorio. Tutte queste caratteristiche hanno una voce esatta nel dizionario filosofico di Frankfurt. Tutte le opinioni espresse da Cucchi nel suo articolo sono, a detta dell’esimio professore di Princeton, una cosa ben precisa: “stronzate”.
Ovviamente, aggiungo, dato che le dice un poeta laureato sono, per me, emerite stronzate.


Update: su Lipperatura si può leggere l'intervento di Cucchi (con tanto di dibattito, ovviamente)

December 14, 2005

Troll e OT: quasi una lettera

Per quale bacio di un principe derelitto un individuo sano e ragionevole si trasforma in un troll? Cos’è un troll, messa da parte la mitologia nordica? Direttamente dal Jargon File:

[…] Derives from the phrase "trolling for newbies" which in turn comes from mainstream "trolling", a style of fishing in which one trails bait through a likely spot hoping for a bite. […] 2. An individual who chronically trolls in sense 1; regularly posts specious arguments, flames or personal attacks to a newsgroup, discussion list, or in email for no other purpose than to annoy someone or disrupt a discussion. Trolls are recognizable by the fact that the have no real interest in learning about the topic at hand - they simply want to utter flame bait. […]

 

Aggiungo che al diminuire del tempo e della pazienza del lettore, la costante sfida all’intelligenza portata da un troll diventa in ogni caso intollerabile: uno sterile complemento di vanità che, da superfluo accessorio di una discussione, si rivela più letale che farsesco: la provocazione è sempre pretestuosa, l’argomentazione è sempre inesistente. Nelle ultime settimane, da lettore di Lipperatura e da uomo esausto (come capita prima o poi a tutti), ho sviluppato una forma di allergia nei confronti delle figure irrisorie, parvenze più che persone, crosta e simulazioni più che testa e pensiero: ho sempre sostenuto che lo pseudonimo non abbia un legame necessario con la responsabilità (e difatti lo pseudonimo non è una maschera, a meno che non si abbia voglia di recitare: in quel caso, una maschera varrà l’altra), lo sostengo ancora: un nickname è un mezzo, la rete è un mezzo, e l’idiozia non si allatta senza qualcosa di vivo: il mezzo, lasciato a se stesso, è inerte.
Il rito degli off topic che si celebra tutti i giorni su Lipperatura ha per responsabili uomini bel precisi, non un luna park automatico: non i mezzi di comunicazione, non gli strumenti (come lo pseudonimo), che senza l’uso sono esattamente niente. La rete, i weblog, la comunicazione non portano con sé alcuna necessità di bestie feroci o di bestie afasiche: le bestie di qualunque genere arrivano sempre di propria iniziativa, spesso in forma umana, con il prevedibile fardello di atrocità discorsive e di solipsismo espansivo, cercando di socializzare, più che le idee, più che i ragionamenti, petizioni di principio a carattere pseudoletterario e giudizi che somigliano sempre più a decreti. Il ragionamento, il processo deduttivo, la semplice giustificazione dell’opinione sono banditi dalla mente del troll, egli non ne ha bisogno: discende dal proprio Olimpo per asserire, non certo per confrontarsi, e nello spazio di qualche messaggio avviene l’occupazione di territorio: nella testa del troll il luogo comune subisce la metamorfosi in una gigantesca tazza cacatoria dove evacuare tonnellate di uno scriteriato narcisismo che non trovano altra destinazione. Solipsimo espansivo è di certo un ossimoro, ma credo che descriva al meglio la triste condizione di questa macchietta disprezzata ma immortale: il troll non è una necessità (per fortuna), ma la sua apparizione in ogni contesto sociale, soprattutto in rete, è un fatto ineluttabile. Il troll non ragiona, e con il troll è inutile ragionare: a ogni tipo di argomentazione oppone lo sproloquio o il vaneggiamento, a scelta.
Per quanto sia convinto della non-linearità del discorso (o dei discorsi) e in certa misura dell’utilità degli OT, sento anche l’esigenza di un insieme minimo di regole, io come molti altri: se le regole si fanno giocando, arriva prima o poi un giorno in cui si è giocato a sufficienza perché sia chiaro, di fatto, quale sia la base condivisa di diritti e di doveri che una comunità è disposta a sottoscrivere, in nome della sopravvivenza della comunità stessa.

In tema: Punto e un punto e virgola, sempre su Lipperatura.