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Strange days

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January 06, 2006

Calma, orrore, paura, orrore, orrore...

Una lunga orazione: onora un feticcio a scelta, in gran segreto, e abbi cura di non lasciare testimoni della tua pigrizia adoratrice, di frenare l’eccitazione, di non andare in estasi, guardati il culo dai nemici e le ginocchia da te stesso, perché dopo gli idoli viene l’inchino: genufletti quello che puoi, se hai ancora le gambe, ma agisci con circospezione. Non vi sono regole precise per l’immortalità, ed è bene provarle tutte. Perciò inizia a mentire spremendo dalle meningi qualche virtù coltivata dalla notte dei tempi, ma che non possiedi: dichiara, nega, accoppa, ruba, ingerisci i debiti rospi, distribuisci sberle e pastiglie della verità; datti da fare, che la frenesia ti possieda, e che ti abbandoni solo quando vorrai veramente essere abbandonato, oppure quando, con il corpo istoriato di scene tribali e di merda contemporanea, ti accorgerai di essere la triste figura di una tradizione marchiata dalla stupidità, obliterata dalla memoria e resuscitata, di tanto in tanto, dallo stampo di quell’idiozia che così bene si adatta alla tua meschina caricatura. Sei niente, ma con la parola, indeciso tra l’adesione ad una mistica attuale e l’estremo sacrificio di cacar sentenze di valore artistico su ogni traccia di umano piscio, per il bene degli ignoranti, per la loro rozza specie, bisognosa della tua impostura. Certo. E finalmente i cazzi sono davvero uccelli, e per non deludere una metafora hanno messo le ali e volano via dai loro speciosi titolari, lontani da lusinghe uterine, lontani dai significati, lontani persino dall’arte che poco prima si evacuava con tanta leggerezza. Via da qui. Letterati, erbivendoli, arrotini, lingue allenate a lastricare sederi, di bavosa mitezza.
Eclissi, semi, accademie, pianoforti e zampogne, conigli e trappole, guerra e pace, mano su donna avveduta e saggia, che non reagisce col cuore in mano ma con la mano nella fica. Deficava, poi ve la spiego.
Ho paura di morire e ho paura di vivere. Ho messo radici come un'erbaccia. Il destino non mi dice nulla, semplicemente tace. E cosa potrebbe fare?
Calma adesso, una calma orribile, nella febbre, nella paura per una persona amata, o in un altro genere di paura per un’altra persona amata. Sir Confusione: è il mio unico titolo di nobiltà.

January 01, 2006

Ritratto di Cassandra

(ripubblico sul mio blog perché, per l'ennesima volta, il pezzo è stato citato a distanza di mesi, qui; per favore, non chiedete nei commenti se e quando verrà pubblicato il libro, grazie)

Si può dunque nascere da un mezzo dio e da una mezza cagna, per poi sentir raccontare strane favole su quel giorno in cui un re e una ninfa si davano alle nozze, sicuri del loro destino da favola e del mio da puttana. Qui la cagnara finisce in leggenda e allo stesso punto inizia a parlare Cassandra, ma non si può fare a meno di notare che quei cento e passa figli di Priamo una donna o un altro animale infelice deve averli partoriti; a loro volta infelici e solenni, così come ci si aspettava dal goffo bordello riproduttivo escogitato da Priamo, dalla maestà stemperata e sbilenca della madre e dall’unanime tripudio di un circondario di becchi. Che un certo malcostume, unito ad un certo strepitare, fossero all’inizio della candida fanciullezza di Cassandra e delle sue fiere cavalcate a dorso dei Troiani, è un segno sicuro della barbarie che la doveva portare a spasso per le stanze da letto di innumerevoli divinità, coltivate come un passatempo e trattate come altrettanti scendiletto.

Giacché ognuno tende a farsi un’opinione di tutte le cose per cui non sia espressamente richiesta alcuna opinione, e giacché in quel tempo l’intera Troia si serviva del tempio dell’oracolo come dell’anticamera del dio e della logorrea come di un’epidemia divinatoria, non v’era in giro un solo saggio o un solo maestro del sudest che non vedesse in ciò anche l’accenno della futura rovina di Troia, nelle mani di una cortigiana un po’ sgualdrina. Priamo, a quel tempo, era già un vecchio re grottesco e sfaccendato; che giurava di essere meschino e manteneva le promesse; che puntava direttamente all’immortalità piantando per la città le carcasse dei figli, dei sudditi, degli schiavi, e aspettando che crescessero; e quando invece diminuivano troppo in fretta c’era Ecuba, che stava lì per questo, nella sua bella camera d’accoppiamento, sfamata e dissetata come una regina, oppure come un verro nella stalla dei porci.

La rovina doveva arrivare, ma non per la facile strada che si immaginava.

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December 01, 2005

Unità di crisi, Preludio a Le Allodole

segnalo: Tsunami su Unità di Crisi e Absolutepoetry (splendido, secondo me)


(parla 4. l'audio è qui)

       non temere faremo in tempissimo la scuola non esiste tutti questi bambini e queste automobili e questi scuolabus si stanno immaginando da soli vedrai ho lasciato una golden memory sulle scale tipo un fantasma chissà che facce faranno chissà che pensieri girati un attimo e guarda mi disseto d'un vittorioso veleno d'un semplice astio appendice fallace un boa constrictor per ogni passo che faccio

November 25, 2005

Claude Renault, Thomas Bernhard e Strelnik: su Unità di Crisi

Sono completamente felice, dalla punta dei capelli fino alla punta dei piedi, dalla mano sinistra alla destra, come se fossi una croce.
(Thomas Bernhard)

Con una citazione di Bernhard inizia Taberna's Poor History di Strelnik: vale la pena di leggerlo.

Sempre su Unità di Crisi una splendida foto di Claude Renault: potete leggere qui una sua intervista in francese, e sfogliare online una sua recente mostra. La tentazione di intervistarlo in italiano è forte (anche perché Claude si esprime in un italiano quasi perfetto).

 

November 10, 2005

Paris is burning (ceci n'est pas une gauloise)

Paris is burning

Visual comment - Paris is burning (Dedicated to the Paris insurrection).

Save Paris from those who want to put out fire with water.
The image moved above. This is a visual comment.

November 03, 2005

Reparto radiologia, oggi si muore.

A gruppi di due discutono della vita e della morte, come fa il malato o chi aspiri alla sua condizione; in ogni caso non come un cacciatore. La parola morte fa paura più della morte, è la dama di compagnia di questi settuagenari di radiologia: l’allegra e volubile donnaccia di bare, dama da rinviare a migliore occasione. Per dirla ridendo, ma nessuno ride. Fra due minuti esatti bevete altri due bicchieri. La medicina pretende un certo ritmo dalle proprie vittime. Per la maggior parte di costoro il cataletto non è ancora pronto. Ci sono solo indizi di grandi e segrete ferite, i patimenti dell’anima, l’angoscia di un vago appuntamento con la suddetta, disgraziata, puttana. Si dà a tutti. Sintomi di questo fatto elementare. Solo i morti non discutono, e i malati pregano. Ogni loro gesto implora qualcosa di patetico, si regge su un bastone di rimpianti, si adagia in un tempo che è sincero passato, fragile presente e inesistente futuro. “Ora” non è più una parola, ma un filo spinato; “domani” è un coltello da macellaio. Rispetta l’ambiente, mantieni pulita questa sala: altri verranno dopo di te. Non avevamo dubbi. Plastica e vetro. Bere e inspirare, e allegria. Bene così: trattenere e sorridere. Abbiamo finito, aiutaci a mantenere questa terra più pulita. Traduci l’ammonimento in pratica, e spazza pure il pulviscolo. Salviamo questo mondo, è l’unico che abbiamo. Niente infierisce su un moribondo come un cassonetto di immondizia spruzzato di retorica igienista. Igiene è salute, salute è vita, vita è quella cosa che si allontana. La natura è vita, leggo mentre un epilettico viene trasportato d’urgenza nella direzione sbagliata. Quando torna indietro tutti credono che sia già morto. Poverino, vecchio prima dei vecchi, giacché quei vecchi si danno già per morti. Salviamo questo mondo. Rispetta la tua natura. Ma io rispetto la mia natura! Rispetta la natura più in generale. Non so come fare, non so cosa fare. Non sono un habitué; forse sono un cliente particolarmente inetto. Vede, signora mia, io vorrei morire in piena coscienza, vorrei questa fortuna. Vorrei sentirlo tutto, il dolore. Vorrei vederla bene, la disgraziata, e riverire solo gli amici. Vi saranno ancora amici? Fra un po' si muore.

October 18, 2005

A proposito di Caligola.

L’uomo assurdo perde la propria misura. Centimetri in più si aggiungono alla sua immagine. Ma la sua immagine corrisponde a qualcosa? Dove sta l’incantesimo, nella sua testa o nel mondo? Egli, l’assurdo incarnato, scende in strada e chiede: sono come ieri? Nessuno può rispondere. La magra consolazione di essere riconosciuto non gli basta: gli serve la spudorata negazione della sua ossessione: tu non sei né più né meno di ieri, l’identica nullità. Tale e quale. Ma l’uomo assurdo sa, capisce, complotta contro di sé, sottopone le sue povere carni di vecchio ad un’estenuante verifica. Si perlustra, controlla ogni centimetro e sbigottisce: effettivamente cresce. La sua perplessità si tramuta in panico, perché dopo un’esistenza da uomo normale, da uomo avveduto, da mangiamoccoli benvoluto, o almeno tollerato, si imbatte in un castigo del tutto imprevisto. Nulla accade per sbaglio, ma, non avendo più l’età per credere in dio, si ritrova eretico tra gli ortodossi, bollato come folle o, se preferisce, come creatura deforme da circo. Egli, in effetti, non ha preferenze. Maledetto il giorno in cui sfoderò il metro, e maledetto il giorno successivo. Una conferma dietro l’altra, e lo sgomento dell’erudito che afferra, all’improvviso, come non si tratti di una malattia filosofica. Quanto alle patologie già note, la sua infermità non è neppure un caso eccezionale: semplicemente non esiste, non si è mai dato un caso simile nella letteratura medica. E se egli fosse già morto? Si tasta, si morsica, si masturba: si dedica a tutte le attività, dolorose o meno, che potrebbero confermare o smentire la sua esistenza materiale, la presenza di una certa carcassa in un certo tempo. Ma la prova definitiva arriva dall’angoscia: è vivo, metamorfosi o meno. La sua paura di morire è rimasta pura e immacolata, e si esibisce attraverso patetici rituali di conservazione sempre alle stesse ore e nelle stesse occasioni. Non c’è dubbio che sia vivo. Piuttosto: si trasformerà in qualcosa di diverso? Cosa racconterà agli amici che vede ogni due mesi? Il mondo intero non capirebbe, non sarebbe comprensivo, farà bene a segregarsi nel suo stambugio e nascondere la grottesca verità: egli, compiuti i sessant’anni, ha iniziato a crescere. Non c’è dubbio che la statura trionferà. Senza neppure una diagnosi, sarà emarginato dalla società dei sani. La combatterà, probabilmente.

October 10, 2005

VMO sono io (ovvero: una confessione)

Confesso: VMO sono io. Io sono i sardi. Fino alle 16.30 di lunedì 10 ottobre, data per la quale è fissata un’altra confessione. Attendo la tempesta con la coscienza netta come il culo di un santo digiunatore: non potendo aspirare ad una santità intera, mi compiaccio del suo deretano. Del resto, si doveva intuire: ma non è più tempo di rompicapi. Ho osservato con un certo sollazzo la lotteria VMO su lipperatura, 168 commenti in cui, per lo più, si asserisce che l’argomento VMO sia di nessun interesse: più o meno come andare a pisciare con la tromba.

Del resto, chi poteva avere il coraggio di difendere Tiziano, in maniera del tutto acritica, se non una persona che segretamente ne ha fatto un totem? I suoi libri sono i miei feticci, ho sempre Tiziano in borsa, Tiziano in tasca, Tiziano ovunque, persino nella scatola dei preservativi (di cui non faccio grande uso, ma ai novellisti dei cazzi miei riferirò in privato). Non basta, non è finita: li amo tutti, li prendo in blocco, li sposo, atterro i nemici, o soccombo per sempre: o vinco o m’inabisso. Si è parlato, del tutto a ragione, di battaglia: non si mentiva, ma si dovevano ancora schierare gli eserciti.

Da “Pasolini contro Calvino” mi si è accesa la lampadina: una supernova, per la precisione. “A differenza di Calvino che inventa di volta in volta modi diversi per giocare dentro la sfera estetica istituzionalizzata senza mai metterne in discussione i confini, Pasolini varca continuamente quei confini stessi, facendo, per così dire, la spola tra i due versanti” [Carla, naturalmente]. Questa non è, come può sembrare, critica letteraria: è una dichiarazione d’amore, è sensualità della parola, intelligenza de-convenzionalizzata e raffinata al solo scopo di eccitare, non certo i neuroni. Su Moresco ho finto, ho mentito, serviva. La necessità politica mi imponeva l’impostura: mi son fatto Machiavelli per una buona causa*, ma è venuto il momento di far chiarezza. La facondia dell’aedo genera sempre invidia, gelosia, malevolenza: si è visto di tutto, si è scritto di tutto. La verità è che Moresco è il bisogno ancestrale della parola di cacarsi da sola, e la mano si fa strumento, come nella più prosaica versione dell’artista-strumento di chi cazzo lo sa: questo fatto elementare, prima di tutto, lo rende insopportabile. La verità stessa è insopportabile, ma questa è l’inammissibile verità. Anche durante le masturbazioni soggettive, l’Autore tocca un lirismo icastico che, attraverso un patetismo mimato, senza alcun preziosismo formale (ne sarebbe incapace, del resto) lo accompagna nel discreto inferno degli scrittori maledetti, in compagnia di Celine, di Beckett, di Kafka (un po’ tutti): e quindi lo si maledice, fraintendendo del tutto la sua ambigua condizione e il suo insuperato talento. E’ giunto il momento di dare a Moresco ciò che gli spetta (e non solo Carla, e neppure Tiziano): lo scriba s’è fatto artista, l’ossessionato selvaggio ha conosciuto il mondo civile, che lo ha accolto con riserva. Adesso, come totalità linguisticamente sviluppata (seppure totalità infantile, come qualcuno non manca di rilevare) l’Autore reclama un posto nella storia della letteratura, trenta centimetri di mensola, e possibilmente una verginità politica. Tutto il rumore, disgustoso e inutile, attorno ai nomi di Moresco, Carla e Tiziano, ha il solo scopo di procurare l’ostracismo del genio. E’ questo, innanzitutto, che mi lascia perplesso: siamo così sicuri di poter fare a meno dei nostri numi letterari? Ce lo possiamo permettere? In nome di che? E’ solo con la transizione su un altro piano di discorso che si può indovinare la risposta: l’industria letteraria non vuole soltanto prodotti, ma vuole prodotti con un certo marchio, prodotti confortevoli, artigiani accomodanti, lucidi ufficiali dello status quo: non un solo partigiano del mio diletto drappello può e deve piegarsi a questa logica. Carla s’è data un mandato intellettuale e politico che non ammette compromessi (Fanucci? Ci deve essere una spiegazione anche per Fanucci: basta con gli strali moralisti dei volenterosi e sterili campioni del pop!)

 

Sospendo qui, per ora: ho bisogno di riflettere. Dalle 20.30 fino alla mezzanotte sarò di nuovo VMO, in ogni caso. Qualcuno si occuperà della vacatio regis 16.30-20.30

 

* Poi, ad essere precisi, Machiavelli non c’entra nulla, ma il luogo comune vuole che il suo nome sia associato agli atti pubblici delle peggiori canaglie, e io non voglio certo mettere in discussione il luogo comune, perché nel luogo comune vivo, da plebeo felice, cavallerizzo di un’avanguardia in fieri che si farà carico di riportare la letteratura alla purezza del suo scopo (?).

October 02, 2005

Niente di vivo

La bellezza fu dei morti. Si scrisse:  si erano molto amati; si dissipò qualche fiume dell’odiata retorica, l’unico lusso che colpisce i poveri; si servirono ceneri e baccalà, perché dopo i morti toccava agli sposi, poveri quanto i morti. Si scrisse: i  cari li piangono, gli amici li cercano, gli ignoti li invidiano: i nemici tacciono e gli alberi, se possono, si mettono a volare. Prima di circondarli con il sudario, li circondarono di balle. Con tante lodi per l’Eterno, che si vendicò dell’effimero sotto forma di avverbi e di feticci: dimenticati mai, ricordati sempre, vivrete ancora nei nostri cuori, nelle nostre teste, nei nostri idoli da comodino. Nessuna pietà per chi amò le parole.

“Secondo te c’è niente di vivo?”
“Niente, mi pare.”
“Controlla bene.”
“Non essere ansiosa.”
“Voglio essere sicura.”
“Controllo. Niente di vivo.”
“Pensi che riuscirò a scrivere quella cosa?”
“Certo. Ne sono sicuro.”
“Ho portato i taccuini, sono tutti qui.”
“Ti piacciono gli avverbi?”
“Alcuni li odio.”