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Strange days

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November 05, 2005

Premesse a My fucking biography

[Commentabile su Absolutepoetry]

Non resta che mettermi all’opera. I., morto a trentacinque anni mentre cercava lo stile. G., morto a trentotto mentre aspirava alla grandezza di spirito, e si dissipava nella disonestà. B., fedele a G. ed alla sua incoerenza, precoce rampollo di mamma letteratura, ha vivacchiato da grande impostore fino ai venticinque, l’età in cui ha preferito imitare i grandi maiali, ed ha iniziato a grugnire. Così, da suino patrizio, non si è più posto il problema della libertà, non ha desiderato donne, non ha amato Bernhard e non ha vissuto tragedie. Senza sperpero di stregonerie, ha ottenuto rapidamente quel genere di consolazione che la maggior parte degli uomini è costretta a sperare da una fattucchiera. Tuttavia, i maiali non sono immortali, e i migliori cadono nei giorni di festa. Che fine! Sono tutti morti. Questi industriosi cadaveri sono stati i miei maestri, i miei amici, ed infine i miei burattini: per loro, ho consegnato il mio talento all’oscenità. Da tre crudi bellimbusti ho spremuto quatto personaggi interi, due cronache rosa e qualche funerale; infine, geloso delle mie creature, ho posto la mia miseranda esistenza accanto alla loro, per realizzare in miniatura quel capolavoro di ipocrisia che chiamavo biografia. Li ho ammirati, li ho temuti, li ho imitati: volevo uno specchio e ne ho avuti tre. Non mi era dispiaciuto trasformare i vecchi amici negli insulsi protagonisti di storielle insignificanti: li ho illusi, e poi li ho vomitati. Sono morti in miseria. Da uomini amavano il vezzo e l’inutile a cui, con gusto dantesco, li condannai come personaggi: mescolai i loro pensieri, per farli rotolare l’uno nella coscienza dell’altro, con reciproco disgusto, per un tempo abbastanza lungo. Tutti si disprezzavano, dietro mio ordine. Naturalmente ci sono molte strade per tradurre in pratica questa sevizia, ma il ventaglio di tribolazioni non è infinito. Sono morti di noia. Tendevo a ripetermi e, per il mio genere di ambizioni, la ripetizione è un nemico mortale: da oggi iniziano le prove.

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November 04, 2005

A fucking biography.

Ero un brillante predestinato che si era dato, da giovane, ai piaceri dell’eterno. Alla lettura
dei primi classici, i miei cari vecchi, mi ero votato all’impresa di scavalcare i secoli per arrivare al tavolo del giudizio universale, a contrattare con il padreterno un adeguato compenso per i fogli che avrei riempito. Non credevo in lui, ma pretendevo che mi credesse: con il cristiano ardore dei miei dodici anni, iniziavo quell’attività di mentitore che mi avrebbe condotto, da un’umiliazione all’altra, ad una vecchiaia miserabile.  Strappata la promessa all’onnipotente, ero pronto a guerreggiare per qualche decennio, per poi lasciare le mie reliquie come oggetto di culto a quella posterità che, nel sonno, iniziava ad asfissiarmi. Crociato per adozione, ero tuttavia il principe dei vigliacchi e, dopo avere corrotto il patrono degli spiriti beati, mi dedicai al cupo signore delle anime dannate. Diligentemente mi fabbricai uno scrittoio, assolutamente inutile per la mia carriera ma agghindato come un tabernacolo, per distrarmi dalle faccende mondane e richiamare alla mente l’alto senso della mia missione, per mantenere il contatto con le sfere celesti e per qualche altra ragione perfettamente assurda che preferisco omettere. Data la funzione primaria che assegnavo all’apparenza, decisi di confezionare a tavolino un sofisticato cerimoniale per accostarmi ai fogli, e lo rispettavo come un invasato. Disturbato dieci volte, dieci volte ricominciavo da capo: consumati i preliminari, a volte ero così stanco da non riuscire a sollevare la penna, e preferivo dormire. Tuttavia, ero convinto che una forma qualunque di disciplina fosse la giusta gabella per le idee: mi piegavo speranzoso allo stupido rituale, perché era un passaggio obbligato verso la casta intellettuale, che in questo modo dava segno di volermi accogliere. Sul piano pratico, con la penna in mano mi trasformavo in un nuovo tipo di articolo umano, la variante querula e vendicativa dell’insulso fantolino che collezionava insuccessi: liberai l’eroe che dormiva in me, lo lasciai volare, gli feci correggere il mondo in due o tre punti sostanziali, ed infine lo premiai con i primi racconti, le sue gratificanti pasticche di indennità. Imploravo la fantasia di non abbandonarmi, e non mi abbandonava mai. Più che nella creazione, mi cimentavo nell’istituzione del regime mondiale dell’infante, per dare ai miei coetanei più meritevoli pari diritti rispetto agli adulti. Iniziai a scrivere lunghissime lettere ai miei personaggi, per ringraziarli delle loro prodezze e consigliarne di nuove, ma cominciai ad avere un cattivo rapporto con i miei doveri quotidiani, fino a diventarvi allergico: preferivo i miei personaggi, e trascorrevo con loro molto più tempo di quanto qualunque mio contemporaneo dedicasse allo svago. Fui un bambino alienato e felice, finché  non mi toccò grattarmi la testa nella speranza di raschiarne nuove idee. Disimpegnato nei confronti di tutto, artista per conto mio, utilizzavo le ore di scuola per progettare la mia futura biografia, ed il resto del tempo per realizzarla. Mentre gli altri bambini  trionfavano nella società dei balocchi, io inventavo un nuovo gioco: disegnare le idee. Naturalmente, la mia vita di tribù era molto limitata: una robusta patina di spocchia l’avrebbe definitivamente annichilita. Scoprii che i film erano una buona fonte di ispirazione: non disdegnavo le storie di massacri, o quelle in cui si versava una cospicua razione di sangue. Era il segno di una naturale disposizione alla morte che non aveva ancora trovato modo di esprimersi. Non mi era chiara la cosiddetta condizione umana e le mode religiose, stupidamente assimilate, mi avevano persuaso che la morte fosse poco più che un trasloco. Dopo molte proiezioni, calci in culo e lunghe ore di tirocinio presso quell’industria di morti che era la saga familiare di mio nonno, presi il diploma di vivo e capii di avere il dovere di trarre della poesia dalla mia deperibile carcassa di uomo: ne feci un canto, ne venne uno strazio. Come scrittore fu una disfatta, e vidi chiaramente che iniziavano a sbiadire le venerande icone del duemilacinquecento che mi ritraevano curvo sui fogli, intento a riformare la letteratura. Mi restavano forse una settantina d’anni, da vivere a stretto contatto con la morte e con l’idea del mio probabile fallimento. Un mondo intero mi sarebbe allegramente sopravvissuto. Capii finalmente qualcosa del macabro paradosso di mio padre: chi non si tramanda con i figli è morto e chi ne dissemina qualcuno esporta la dolce radice dell’eterno fuori dal covo di menzogne della propria famiglia, verso una famiglia esterna e futura, che quanto a millanteria è identica prima, ma con un pezzetto di immortalità in più. Stando così le cose, la penna era come un preservativo. A parte la precoce polemica sulle istituzioni, dieci anni più tardi capii le ragioni di mio padre, o almeno la loro struttura teoretica: datemi l’eterno e tenetevi l’angoscia. Del resto, per fare un esempio, come avrei potuto credere all’amore disinteressato di mio nonno, che investiva più energie nelle premure per il nipote piuttosto che per se stesso? Egli, effettivamente, si prendeva cura di se stesso! Così mi parve, con tutte le precauzioni che il mestiere di bambino mi aveva insegnato. Con un coraggio d’occasione, trasfiguravo il mondo per renderlo compatibile con l’esigenza di non credere a nulla; interpretavo i rapporti umani, li giudicavo e li condannavo come ignobili pantomime: preparavo l’universo ad essere rifatto con il minimo sforzo, e mi facevo carico di questa leggera incombenza. Ero Nerone, con il talento di un architetto e senza la sua inclinazione alla farsa; ero un Carlo Marx che apparecchiava rivoluzioni, ma avevo sostituito l’orfanotrofio al proletariato; ero un Gesù Cristo che, ricoprendo la carica di scrittore, non amava salire sulla propria croce e vi spediva apocrifi rappresentanti: ogni mio personaggio seguiva quella parabola che, dopo i trionfi iniziali, lo portava a morire un paio di volte, gemendo e sanguinando al posto mio.

October 22, 2005

Non dirò nulla

No, signore, ancora niente: ho pensato in modo barocco e da uno scrittoio del seicento ho riempito fogli che adesso cancellerò. Non si fa così. Ci vuole il progetto. Ci vogliono gli esclusi, alcuni cessi luridi riciclati come lussuosi appartamenti e, come si diceva, un po’ di calma. Tuttavia, non mi faccia sentire in colpa. Cosa ho fatto? Ho pensato, un affettuoso crimine tra me e me. Mi son dato la ragione che mi spettava, ho inveito, bestemmiato e brindato alla mia salute dentro una latrina. Il più limpido piscio non si distingue dal più apprezzato spumante, almeno alla mia vista, cioè alla grottesca finestra di un animo plebeo e nichilista. Ho scelto la calma, e perciò non ho scelto la chiarezza: l’una o l’altra, non c’è scampo. Signore, accade di peggio! C’è chi blatera in buona fede, brava gente perfetti imbecilli li leggo tutti i giorni è più forte di me sono più forte di loro braccia di ferro di individui gravemente mutilati nelle zona del cervello e si aggiunga il fatto che in casi eccezionali appare un’idea e qualcuno l’acchiappa al volo e si crede Leonardo nella torba per non dire nella merda e infila due porzioni del proprio letame sublimato in luce purissima in ogni discorso di cui una mente improvvisamente nobilitata possa impicciarsi quindi non la smette di parlare mai cristo non la smette mai non c’è modo di farlo tacere e questo è uno solo e poi ce ne sono altri dieci praticamente un convegno tutti della stessa stoffa tutti con la stellina sulla fronte che si è accesa per l’anniversario di Maria Zampogna, molto probabilmente, una che non si è limitata a schiattare una sola volta a giudicare dall’elevato numero delle celebrazioni, e dalla vasta e commovente società coinvolta in questi affari struggenti, credo che Maria Zampogna abbia avuto il privilegio di morire una decina di volte, ma sempre invano, suono parola comprensione, niente di tutto questo, solo disgraziati confetti e pacche sulle spalle, sono spalle allenate e pronte a tutto, e vigorose strette di mano da parte di uomini che, dalla stretta di mano, pretendono di giudicare, e, dalla stretta di mano, riescono a sradicare in due secondi l’anima di chi non ha l’anima, te la spiegano come le più colte fattucchiere, ma è solo un luogo di perdizione, e sia chiaro che non si tratta di un bordello, non di quel genere di bordello in cui si torchiano genitali in cambio di una mancia, è un bordello in cui si svuota solo la mente: e il cervello si peserà in grammi e il coraggio si misurerà con l’anemometro per vedere da che parte tira il vento calma non accadrà nulla datemi il bavaglio e stringetelo bene, lasciatemi stare, non parlerò sempre così, non scriverò sempre così, potrei pure non dire nulla ecco potrei, forse, in un futuro lontano, diventare un specie di verme adatta a questo ambiente ma non adesso non riesco a strisciare ho seguito alla lettera le vostre istruzioni, un sapere esoterico che si tramanda di generazione in generazione senza alcun editto e si conferma con l’attribuzione di solenni fregi oppure si nega con l’esilio perpetuo.

October 20, 2005

Ma andate pure a farvi fottere - 2

Pausa riflessione pupù autoreferenziale e involuta critica autocritica e paracritica grande fatica girato a vuoto il mio mulino è stanco non meno di me fiumi acqua tonnellate d’acqua pura mi calmano perfetto cristiano come quel cretino blabla no imperfetto blasfemo no la lingua mi sfugge oppure il senso mi sfugge meglio sarebbe se la lingua leccasse ma adesso schiva la parte e niente faville che bel personaggio Lingua lo chiamerò Lingua e allora favelle ma non certo faville e che ne sarà di Caligola trenta metri di dubbio non sei tu Amleto e neppure la sua pallida ombra sei una specie di sanguisuga ecco il punto sei un umanista fallito e garrulo e chi ti ascolta deve solo sperare di diventare sordo o trasparente per distillazione di carne ma questi miracoli non stanno in nessun cazzo di testo sacro a meno che tu non lo voglia scrivere durante la notte e allora sì sarà nato un profeta bello nuovo lucido baciato dalla fortuna e leccato dalla critica ecco come una lingua può tornare ai suoi doveri comandati leccare leccare leccare fatemi sapere ma sottovoce così come se si trattasse di un pettegolezzo voi siete gli esperti io sono l’apprendista mi piego mi piego eccome se mi piego sono tutto curvo solo uno stollo rifiuta l’inchino ma in mezzo alla paglia e cosa vale…ma di fronte a tanta di fronte a tanta non mi viene la parola ma solo la quantità e mi accorgo che senza peccato non è dato vivere ma peccato ma peccato cosa vi devo dire e ve lo devo dire io lo sapete già finti e tonti ma prima di tutto finti che bel corredo per i miei incubi non posso fare a meno di voi Voi siete Lì io sono Qui e in mezzo tra Qui e Lì ci sono Abramo Giacobbe Tommaso Campanella e quella testa più recente e ostinata di Walter Benjamin per dirne uno c’è questa banda di morti  illustri che non ebbe mai un’artiglieria e ci sono molti pregiudizi sono così numerosi che con il passare del tempo e nel corso dei secoli e per mia disgrazia invece di raschiarsi via dall’opinione comune meglio detta volgare opinione quasi fosse una battona vi attecchiscono a meraviglia…a proposito della gramigna a cui si accennava e con chi avvenne lo scambio di idee a pelo d’erbaccia sono cazzi miei cazzi infestati di gramigna ma di mia esclusiva proprietà e finalmente è il momento di dire che c’è qualcosa di mio a parte la sigaretta che fumo perché è come se fumassi sempre la stessa sigaretta tutto il giorno non finisce mai questa sigaretta persino quando dormo non faccio altro che fumare e per essere precisi di mattina non mi sveglio: spengo l’incendio.