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Strange days

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December 29, 2005

Stato d'animo. Mai più stato

Stato d’animo. Mai  più stato. Legittimo addio, in un pomeriggio buio, in prima classe, il treno profumava di terzo stato, e di malati di persecuzione. L’animo si traveste da nonna e mangia il lupo, e la favola finisce, o quasi: cacciatore di nonne strazia la nonna ingorda e scopre indizi di lupo e sintomi di disgrazia: con la nonna è morto il travestito. Per tormentare il terzo stato, e ridurlo momentaneamente alla condizione di quarto e umile, la prima classe si mutò in seconda e prese ad ammorbare l’aria come mai sterco di corsiera seppe fare. Nemmeno un borghese si riscattò, e quel miasma fu segno: che la borghesia era simbolicamente coperta di merda. Così, si narra, la parola “borghesia” divenne ostaggio dei proletari, e la parola “proletari” divenne ostaggio della retorica: e ogni discorso sulle classi, dalla reputazione di meritoria orazione cadde direttamente nella gran marmitta delle farneticazioni. Egli. Un tempo soggetto, terza persona, mio personale fantoccio. Mai più disposto a fare ginnastica per il bene delle mie storielle. Son tempi, questi, in cui si comanda ai personaggi di rigar dritti? Fondamentalismi da letterato demodè. Stato d’animo. Mai più stato. Vaga sembianza d’individuo, ma pura scorza. Dentro non soffre, dentro non ride. In nessun caso si rallegra, neppure in nome della rappresentazione. Uno dei compiti principali dell’animo era di nominare il fasullo. Chi mentirà al posto suo, adesso? Ovvero al posto mio. Nudo. I miei quattro veli erano quattro stracci, bendaggi sanitari per un’umanità assetata di una moralità stravagante e finemente interpretata. Carta igienica resistente alle massime sollecitazioni dei costumi barbarici del terzo stato, del quarto stato, dei poveri cristi. Era universale e democratica, per quanto poco nobilitata dall’abuso del mio corpo. Dettagli, anche la nudità ne è piena. Stato d’animo. Mai più stato. Apparenza di solitudine privata dell’uomo, l’unica cosa che la giustificherebbe. Briciole di passioni scadute col tempo, signori battezzati e sfumati prima di un solo atto degno di nota. Adesso è diverso. Mancanza di tatto, ma odore di festa. E’ senz’animo che vivo libero, assolto e scarcerato, nell'abisso di un apostrofo.

November 09, 2005

Animali urbani con la penna in mano.

Animali_urbaniAnimali, animali feroci! Uomini. Agenti immobiliari con i sospiri in gola e i talenti in borsa, pronti ad affittar parole per raccattare stima; cacciatori di epitaffi e bestie da commento: andate, con il dolore in tascapane, a rompere i coglioni altrui. Litigiosi camerati, erbaccia di inizio secolo, grandi scrittori. Tutti grandi scrittori, o grandi filosofi. Venite qui, mettetevi comodi, infestate il mio salotto. Cosa prendete, prosa o poesia? Ho capito, volete una via di mezzo. Una fetta di Rimbaud e una fetta di Hemingway, ma un’esistenza da codardi. Già da
qualche tempo vi sto preparando un monumento, una vergine dei pantani, fango del vostro fango, virtuosa della vostra fogna. Nel frattempo gradirete un’ostia. Prendete, spezzate, gavazzate pure. Avete una brutta cera, avete tirato l’alba per con il cuore in mano, avete commosso ancelle. Domani si ingravida. Poi, alle sette e un quarto, la solita ora di critica sociale. La società vi è riconoscente, e io stesso mi nutro delle vostre idee: siete, per il pensiero, olio di ricino. Che uomini siete mai? Il bisbetico Mario, il camerata Franco, il fratello Giacomo, la mummia Alberto. Che bel presepe di imbecilli. Pazzo! Non sai quello che dici! Andiamo ovunque, via di qui. Io non capisco, ma vorrei capire. Vorrei, come indennizzo per queste ostie, che qualcuno mi spiegasse perché un così gran numero di inetti decide improvvisamente di passare dal grigiore delle proprie ossessioni alla gaudiosa luce di Wittgenstein, con la stessa agilità con cui Peter Parker suole trasformarsi nell’Uomo Ragno, e presumibilmente con la stessa tecnica: cambiandosi d’abito. Tutti i giorni, verso il tramonto, mi pare di assistere alla metamorfosi. E dal crepuscolo alla notte, quando andate a dormire, chi è che dorme? Lo stupido o il genio? E al risveglio siete liberi di scegliere, oppure lo stupido torna meccanicamente in possesso della carcassa? E' mattina. Il dovere chiama e la famiglia tuona. L’uomo ragno annoda la cravatta, benedice la moglie che la sera prima avrebbe annodato con la stessa cravatta, deposita il calore domestico sulla fronte dell’erede al trono, e si arrampica disperato lungo le scale dell’ufficio.

October 30, 2005

La schiavitù dietro il nome

Notevoli mummie si candidano all’esistenza per domani pomeriggio c’è un’arena pronta al battimani per il pubblico parto lasciatemi solo vi devo guardare voglio solo guardare questo immeritato privilegio mi sia concesso sulla base di niente perché niente è tutto ciò che posseggo niente è tutto ciò che voglio niente è tutto ciò che avrò il diritto mi lega alla terra lo storto prova a tirarmi dall’altra parte se non esiste un dio esistono sicuramente degli ottimi sassi e in questo scambio il guadagno dell’onestà è smisurato ma finora non interessa così pare non è argomento per la filosofia non riguarda lo scrittore non tocca l’occidente ottimista e posticcio che prospera nella pubblicità di se stesso non lo tocca fino all’ultimo esemplare di giovin garzone che amministra la ruota del carro senza un attimo di esitazione tirare avanti collaborare organizzazione pubblica mondiale grande partito grandissime cazzate a bagnomaria in una retorica da crocifisso bene dicevo non c’è verso non piace l’idea cambiamo discorso oppure sprofondiamo assieme ma voi non gradite gli abissi o mi sbaglio? così conviene cambiare discorso il secondo aspetto della questione è che cambiando discorso sarò così realista da dover parlare sempre delle stesse cose perché da qui non si esce con la prassi linguistica né con la buona volontà non si esce in nessun modo immaginate un mondo fatto di sbarre un metro quadrato di mondo e la vostra ignobile persona al centro avete tutto ciò che è necessario e tutto ciò che è possibile non c’è altro se cercate un residuo provate a distendervi oltre le sbarre le vostre misere mani che spettacolo nel vuoto la pace perpetua era un sogno la permanente schiavitù è dura realtà ma perché ve lo dovrei scrivere lo sapete già e amate guardare in altre direzioni voi non avete nessun rispetto per questa cattività universale come è dimostrato dal fatto che non avete nessun rispetto per la vostra libertà perché non sono stato io a perdere la vostra libertà il mio compito è rabbuffare gli stolti e legittimare gli sprovveduti ossia coloro che hanno qualche speranza qualche lieve speranza quasi nessuna opinione insomma i casi disperati ma non i casi colpevoli ma adesso basta davvero da quell’11 settembre sembriamo tutti compari non siamo neppure lontani parenti non vi voglio né ottusi né anarchici non vi voglio né veri né travestiti né truccati né come natura vi fece in quegli istanti di ripetuta disgrazia che si succedono ormai da secoli non sono previste novità e io non posso guardare che con i miei occhi il velato spettacolo di orrori che da quando sono nato si maschera dietro il titolo di civiltà.

October 28, 2005

Riflessioni intorno al professor niente da dire

Professor Niente da Dire, lingua disinvolta e mano di ferro, cosa potrebbe insegnare? Perché, come si usa dire, lei non sarebbe mai stato un artista, e come uomo sarebbe stato una metà. Ho conosciuto gli incompiuti, ma gli uomini a metà sono creazioni molto più deprimenti per cui il linguaggio si diverte a inventare sinonimi ai margini di un pudore sintetico: come mezzasega, che si spiega da sé. Una incessante sensazione di sbalordimento riempie l’intelletto di chi non ha mai capito un cazzo: stupore e ammirazione si confondono e si mescolano, per dare vita al miracolo dell’idiota integrale, il portentoso imbecille che goffamente impartisce lezioni da una poltrona immeritata e immeritabile. Non è piovuta dal cielo: semplicemente non esiste, oppure esiste come i palazzi di cioccolato con i cessi in marzapane. Per diventare qualcuno, lei, mio caro professor Niente da Dire è passato dalla gavetta della nullità, della vanità e della più onesta stupidità. Onestà involontaria ma trasparente, si intende. Sembra che quel transito per la metaforica scodella debba durare in eterno, come accade troppo spesso a chi parta con il preciso obiettivo di insegnare e senza un granello di istruzione, in nessun campo. Tra me e lei non ci sarà mai tregua. Anche la notte passata lei si è installato con violenza in un terribile incubo, spietato come mi aspettavo, volgare come è sempre stato, relativamente sinistro: commetteva una serie di omicidi di cui non saprei raccontare, perché si limitava ad uccidere alcuni morti rinomati, scrittori e filosofi illustri, nel tentativo, suppongo, di sottrarre loro il talento. Come autore di tragedie fa schifo, e come assassino non si eleva al di sopra dell’autore, compiendo gesti magnifici ed inutili. Ha colpito a tradimento tutti gli uomini sbagliati, da Eratostene a Dos Passos, da Parmenide a Camus. Per quanto sia una creatura a metà, lei è il primo simulacro dell’impotenza perfettamente riuscito che mi capiti di incontrare. La sua vita di personaggio non mi serve più e la sua insolenza mi irrita. Per cancellare la sua spocchia arriverò a strappare una pila di fogli. E, se non sbaglio, vista la conturbante somiglianza con il dio dei miei dodici anni, li consegnerò ad un’acquasentiera, affinché un’impostura si cancelli con l’altra.

October 25, 2005

Dovevate, volevate, potevate, avevate paura

Devo. Vorrei, ma non posso. Il nuovo lamento è una missione che eterna colui che deplora se stesso. Forse. Domani, o tra vent’anni. Con qualche parvenza di volontà sarei un uomo migliore. Un fulgido esempio, un castigo di dio, ma dovrei abbandonare il richiamo della facile conversazione, la foresta della bestia da salotto, e votarmi alle notti delle volontà. Dovrei, potrei, lo farei con qualche soccorso. Un bastone, ci vuole, per la mia morale. Si reggerà su quello, e nessuno baderà al puntello, ma solo alla dignità. Ci vorrebbe un bastone, e un mondo di ciechi. Devo, voglio, posso, temo, medito e rinuncio. Non posso. Sono un dolente inetto. Sono così delicato che mi sciolgo nella buona salute, come coloro che contano le sigarette: o peggio, come coloro che vedono il diavolo nel tabacco, e lo combattono con tutte le loro forze: commoventi sangiorgi per draghetti ritagliati su misura. Quasi quasi piango, io che ne ho conservate tante. Invertiamo le parti? Piangete voi, a me viene da ridere. Dovete. Vorreste, ma non potete: il lamento stantio di chi ha decorato l’esistenza con opachi impulsi, ha afferrato la semantica per la gola e l’ha piazzata lì a declamare: a dire che le seghe mentali consumate a sbafo dei grandi progetti sempre abbozzati e mai iniziati sono vera forza d’animo a cui un mondo ostile si oppone senza pietà. Quando una cosa è impossibile è impossibile, recitò l’uomo saggio e avvizzito, constatando che le rughe, oramai, non gli lasciavano più il tempo per recitare altro. Sarete diversi? Avreste potuto. Non potete più, e lacrimate di nascosto: fiumi di questa inutile angoscia. Non vi crucciate, sono cose che capitano, durante le lunghe stagioni in cui il più gravoso impegno è conservarsi. Da uno schifo iniziale, senza alcuna fatica speciale, lo schifo finale è solo un culmine di pazienza. Dovevate, volevate, potevate, avevate paura, ci avete pensato, avete rinunciato. Adesso la vecchiezza rischiara la menti, perché si vede solo il passato. Nessun futuro splendente vi mantiene bendati e sciocchi. Adesso, di sicuro, non c’è niente da fare, niente da dire, niente da sperare. Se non altro, non potete sbagliare troppo.

October 18, 2005

Un folle

Come soffrite voi? E’ paura, dolore, sterco d’amore? Per tutta la vita, guai a chi ride, ho cercato un mondo migliore di questa catacomba che conta sei miliardi di squilibrati: perché i mentecatti siete voi. Io sono un esperimento, la mia esistenza non è sicura,  la mia casa è gommapiuma: la mia testa è una compagnia di tristi attori. E’ bene che parli, una volta tanto, perché mi piace ascoltarmi. Non ricordo quasi la mia voce. Prendere fiato, svezzare le anime gemelle, dirigere l’orchestra e maledire il vostro regno dei cieli. Senza quell’abominevole pila di merda che spacciate per vita onesta, per vita sana, io adesso sarei un uomo libero. Invece, non sono né uomo né libero. Sono l’inquilino della gabbia novantanove, preceduto da novantotto miei pari, di natura inqualificabile. Non siamo, e non ci aspettiamo di essere qualcosa. Per una rotella perdemmo l’umanità; per il raro dono della farneticazione non fummo esattamente bestie. Strana razza di esiliati: per quanto ci si voglia stipare in un cortile di venti metri quadrati, noi ce ne andiamo a spasso per quei mondi che a voi resteranno ignoti. Non li avrete mai: che almeno ci sia concessa questa gelosia, e a voi invidia e rovello. Ma la stessa gelosia, in voi, dov’è? Cosa ci vietate: interdetti dal mondo civile. Puah! Le fonti perenni della ragione, i paradisi del discernimento, l’aureola del cacasenno. Meglio folli che giudiziosi, se il vostro è giudizio. Ed è solo questo, ed è un niente perfettamente logico. Puah! Ogni vostra legittima aspirazione non vale un minuto di pura follia. Vi inebriate col vino, di quando in quando, e forse con l’aria: i più ardimentosi misurano la passione in centilitri di sperma, e si vantano per un palmo di sconsideratezza che stringono tra i calzoni: perché il cazzo, così pare, si oppone alla ragione. Ah! Una fine pietosa non vi redimerà da secoli di stupidità. La vostra condanna è diversa dalla nostra, e il vostro boia si chiama dio. Qui, nella stanza novantanove, per fortuna, non esiste la capacità d’astrazione. Mi legarono come blasfemo, solo perché ero un mite assassino di preti. Li sterminavo anche per voi.

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Il gabbamondo uno

Buongiorno contadina, avresti mai creduto a un finale del genere? Dio ha inventato l’inferno per consegnargli i diavoli, e le gemelle di montagna con le gobbe del filosofo, due creature immotivate. E per Dio c’è una ragione? No, ma si contano numerosi e grandissimi imbecilli. La gente non crede alla favole: quella gente preferisce sovrumane balle. E’ da troppo tempo che la bestemmia ha perso prestigio, e i cervelli induriti non soffrono l’umiliazione del letargo in cui si sono cacciati: ne ridono, se un cervello ride. La profezia si avvera quanto l’ombra della profezia, e Dio può esistere quanto la propria macchia. Lo riconosci dal genere di delitto, non certo per il sangue: crimine contro la specie, generico. Se esiste non è meno che porco, non capisco dove stia l’offesa. Chiamatelo uomo, allora certo che si incazzerà, ma non eravamo bestie divine, non ditelo più. E’ stato uno scherzo, ci abbiamo creduto; abbiamo congelato un cazzo in un astuccio e, subito dopo, l’apostolo Paolo si è insediato in loco: miracolo, e abbiamo generato il gabbamondo che avrebbe generato noi. Così è stato, e si raccomanda un tono solenne. Vaffanculo, qualunque sia la tua forma. Se ti incarni, se la collera si placa in croce, se ti facciamo a pezzi, allora siamo già colpevoli. Se giustizia è fatta, che si faccia l’ingiustizia: duemila anni di cazzate sono molto peggio di un omicidio, per quanto festoso, per quanto feroce, per quanto famoso. Salvarsi, quale missione più demente si poteva concepire: e salvarsi da chi? Chi ci bracca, chi ci calpesta, chi ci sevizia? Uomini. Ma non eravamo noi, gli uomini, la specie ragionevole, mandata in terra a far razza per un paradiso perduto? Ma io, per un paradiso in meno, non avrei sprecato una sola carcassa. Dio: dategli il costume, e con il bastone vi renderà una scodella di sangue. Andiamo all’altro mondo, senza rompere i coglioni. La gente bada al culo, salvo rari casi, e all’usura dei genitali. La gente non esiste, in nome di dio: si è bevuta il cervello (quella gente).

October 12, 2005

Una specie di pensiero e una specie di bestia

Come può venire l’idea così può scappare braccala agguantala tienila stretta scappa da ogni parte è un’idea anguilla viscida come le più brillanti idee perché vive da nessuna parte e ogni tanto si aggrappa al colletto di un individuo e risale fino alla parte che pensa o che dovrebbe pensare la regione alta che ruba sangue alla digestione la regione in gamba che presiede alle decisioni cioè agli atti più sinistri e qualche volta ai coraggiosi provvedimenti ma qualche volta soltanto si dovrebbe dire quasi mai e si dovrebbe chiamare dimora dell’orrore perché tutto ciò che si vede in ogni luogo viene concepito e progettato anticipatamente all’interno di una testa che si può ben giudicar di cazzo quale che sia il collo a cui s’attacca senza escludere il mio uno dei peggiori una vera Palma da Testa che ha dato un solo esemplare e per di più prematuro non ci si salva qui non ci si salva lì non ci si salva affatto e tutto questo correre dietro ad insolite redenzioni è il sintomo di un tempo che ansima e quasi vomita le proprie creature: ignobili nell’abbandono a se stesse e patetiche nell’impegno di recuperarsi riconquistarsi riciclarsi convertirsi detto alla buona rinascere prima che il cemento le ricopra prima che una cassa le rinchiuda prima che il vento ne disperda le ceneri: v’è della cenere diceva un’amica vi è sempre della cenere e tutto il gioco consiste nel fingere di non vederla e arrampicarsi sull’amena collina dell’ipocrisia lì dove anche la felicità ha un suo piccolo spazio piccolo e ributtante e correre eleganti in direzione opposta del cimitero agghindati come si può o con anelli al punto giusto e oggetti di valore ossia le cianfrusaglie che inibiscono la morte o almeno l’angoscia correre sempre di più non guardare mai indietro la memoria è una carneficina che opportunamente si copre il futuro è l’intenzione di prolungare la memoria sangue compreso fino alla fine dei giorni ma lo si dica sottovoce lo si dica in un orecchio non si facciamo proclami: lavativi in giacca pieni di ninnoli aspirano ad una decenza pubblicamente certificata attraverso i rituali di un’atroce società che li asseconda in tutto: due storture che si incrociano per dire che l’umanità così come la vediamo così come ci pare è tutta una sola ripugnante tradizione.

October 11, 2005

Io sono VMO (il resto di una confessione)

Io sono VMO. D’altra parte, qualunque sia la nostra condizione, una piena confessione non è possibile. Dovremmo confessare il chi. Chi è VMO? Confessare! Come se prendere le parti del trio BE-MO-SCA (pronuncia: bemosca ) fosse un delitto. Non ci si potrebbe rivolgere domanda più insulsa di questa: “dunque, chi siete?”. La domanda corretta vuole il cosa, non il chi. Personalmente, al singolare, qualche ora fa sono stato Caligola. Ma in un tale stato di consunzione spirituale non faremo filosofia: conosciamo bene quella decadenza che nessun pensiero può intaccare. I soffocati dell’esistenza, il disgusto di scrivere, la più perfetta buona fede, i migliori aforismi, le peggiori interpretazioni: è teatro, si sa: calare la maschera è come staccarsi la testa.

Ora, al singolare. Mangio merda in una ciotola tutti i giorni: non è esattamente una ciotola, ma l’idea di una ciotola: dunque, di che merda si tratta? Merda spirituale, se non vi ripugna la parola (spirito, questo responsabile di umane calunnie). Tuttavia, solitario, sono frenato negli eccessi dalla rilettura della produzione integrale del trio Bemosca, strafalcioni compresi. Destino infame. Io dovrei essere Amleto, se mi si desse una Danimarca. E’ mia la libertà di decidere? All’apparizione della Danimarca potrò rispondere, potrò decidere, potrò scegliere. Nell’esperienza, invece, non scopro che impressioni isolate d’infelicità, varie declinazioni di un solo lamento: voglio essere, tuttavia non posso. Il club del pubblico reclama la verità: gli sia dia una stronza verità, lo si ingozzi pure.

Io sono VMO, è bene insistere, nessun equivoco.

Ora, al plurale. E’ meglio crepare dopo aver fatto il viaggio giusto: vale il percorso, non conta l'epilogo. Noi sospettiamo che il trio Bemosca sia la più microscopica setta di impostori concepita negli ultimi secoli. La convenienza impone che, per la giusta causa, si taccia su questo insignificante dettaglio. Scegliamo d’essere capri e caproni, scommettiamo che oltre i fondi di magazzino ci sia il magazzino. Signora Letteratura vuole una purezza che i nostri soldatini sono disposti a darle: ma la volontà non è tutto, va supportata dalla menzogna. D’altra parte, nella più evidente assenza di talento, cosa si può fare se non affermare che ciò che non esiste è, per la verità, sotto gli occhi di tutti? Ecco fabbricato il genio. Qui arriviamo noi: bisogna genuflettersi a tempo. Quale pezzo d’idiota potrebbe ancora credere all’esistenza di un genio senza lo straccio di un rito? Noi ci occupiamo di questa lieve incombenza. Siamo dei semplici sacerdoti.

Ora, al singolare.

La Danimarca, porco dio, alzando gli occhi non si vede.

La Danimarca pubblicata sui giornali non mi basta, non mi serve un regno di cartapesta, non mi basta la rappresentazione. Voglio la maschera: perché la cosa è inerte. Nel ventunesimo secolo, l’ambiguità romanzesca di un tale desiderio si chiama legittima aspirazione: non si è certo inventato il postmoderno per non dare un dispiacere ai nichilisti.

Ora, al plurale. La verità, del chi o del come, è un esorcismo che non meritate.

Io sono Caligola

(procedo alla ri-pubblicazione dietro richiesta: per il resto, consultare gli archivi tra qualche giorno)

Mi piace quella feccia sublime e rintronata che applaude per procura. Altri pensano le loro felicitazioni, e quei poveri scimpanzè compiono l’atto: sono la manovalanza di una claque davvero contorta. Io sono Caligola, e tra qualche minuto se ne accorgeranno. Il pubblico è quello delle grande occasioni: il pubblico che, nella logorante attesa dell’artista, dell’uomo che cresce a dismisura, insomma in attesa di me, ripara in pratiche masturbatorie, manipolazioni dietro il pastrano o altri compiacimenti morbosi su cui non mi diffondo. Pubblico di merda. Ma serve, nonostante tutto. Io sono Caligola l’accidioso, non mi darò. Sono Caligola il derelitto, che vive nel terrore di se stesso. Ho un sogno: lo realizzerò. Circostanza non trascurabile: entro sei mesi sarò l’uomo più alto del mondo; entro un paio d’anni scalerò l’Everest con un passo; fino alla Luna saranno pochi balzi. E poi? Vedo gli amici sempre più piccoli. Si avanza un’ipotesi, tra me e me: e se fosse il mondo che diminuisce, che si riduce…e poi? Scomparirà, resterò solo. Io e la mia grandezza. Sarò un gigante così solo come non se ne sono mai visti, in nessuna leggenda. Né buono né cattivo, all’ultimo capitolo mi toccherà galleggiare, muto, nella memoria. La mia. Sarà follia, sarò follia: la risposta vivente al nulla. La memoria è l’ultima cosa che svanisce, ed è una tremenda tortura. Persino per un grandioso inetto della mia specie non vi sono che rimpianti, e non li potrò evitare. Solo, maestoso, insignificante, con una certa aria di gravità, scommetto che non esiste soluzione, avrei dovuto iniziare ad accorciare quelle prime estremità, quando ero in tempo, pollici lunghi e sconvenienti, avrei dovuto ma ho perso tempo a controllare ispezionare accertare per essere sicuro di quegli inconcepibili sintomi di crescita, ma erano appunto inconcepibili, e allora capii e fui sedotto dalla mia stessa perspicacia, anche il cervello sarebbe cresciuto, non sarei più stato il reietto mi sarei vendicato di sessant’anni di contumelie, Caligola il deficiente, il maldestro, l’incapace, ma non arriverà nessun giorno del giudizio, non li vedrò neppure, microscopici insetti o forse meno, non vedrò esattamente nulla. Che non sia questo l’inferno. Io, e la mia memoria. Non conservo un atto che si sia detto nobile, ho messo da parte solo un’enorme scorta di delitti. Io sono Caligola, e non c’è niente da vedere. Andate via.