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Strange days

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November 28, 2005

10

Pausa. Ovunque dei falliti emergono, affiorano, galleggiano: allevati da generazioni addestrate a gustare la merda e pronti ad istruire i discendenti alla stessa scuola. La dottrina si tramanda, i signori dello sterco hanno trovato un regno già pronto ad accoglierli, questo mondo, non un altro. Questo mondo non si avvelena mai, sopravvive a tutto: ha dimostrato, nel corso dei secoli, di poter tollerare un numero incredibilmente elevato di cretini, farabutti, gaglioffi e canaglie non meglio specificate. E’ un mondo che digerisce ogni stronzo, ogni minchiata, ogni marito violento, ogni moglie violentata; ogni ingiustizia e ogni mente deforme: il peggio si realizza ogni giorno, e tutto il lavoro intellettuale si riduce all’opera titanica di spalare tonnellate di quella stessa merda defecata col filo a piombo, con precisione verticale e quotidiana come la pioggia senza il vento in un inverno sempre uguale, perché ci sono intemperie che durano quanto la storia dell’uomo, non un’ora di più. E dopo tante fatiche? Resta un’icona che non rappresenta niente, resta il mio cadavere, veramente poco santo, per nulla diverso dalla carcassa di una buona vacca, una di quelle bestie che non se la spassano troppo a farsi mungere per ore e ore: e io mi faccio mungere, in effetti, e non mi stanco mai di farmi trattare come una gigantesca tetta speculativa, sicuramente più vacca che scrofa, perché io ho un compito, perché io ho una missione, e del missionario ho la divisa immacolata e la coscienza lorda: a mio modo sono perfetto. In tutta onestà, se non fossi diventato adulto in un istante di distrazione, avrei potuto fumare migliaia di sigarette con la consapevolezza di un uomo, perciò non come le fumerebbe uno scimpanzè, una dietro l’altra, e avrei sostenuto di essere un uomo soddisfatto. Tra gli uomini, i peggiori cretini si sentono sempre appagati, ricambiati, felici, coccolati: uomini, appunto. Sono una bestia bisognosa di cure; ho alcune inammissibili manie che, ad ogni modo, riguardano tutte la scrittura: sono una bestia innocua per il genere umano, che ha bisogno di ben altro per contrariarsi. Resta da stabilire se io sia una bestia utile.

October 09, 2005

9

Pausa. E adesso la bella locanda è vuota. Ho delle parole in testa, si direbbero idee. Ho del sangue sulla mano, si direbbero stimmate, o variazioni su un tema soggettivo della santità. Potrei averle provocate io, per dimostrare quanto gli esseri umani siano infelici, ammettendo che l’umanità stia nel palmo di una mano: il mondo intero potrebbe pernottare in un guanto. Ecco: la felicità non conta davvero nulla se appena nomino il suo dirimpettaio ho risolto, in maniera scolastica, i dilemmi del sovraffollamento. Uno studio del tutto dilettantesco, con un masochista come ipotesi di lavoro. “Non si è capito.” “Non si è mai capito nulla. E chi sarebbe, poi, questo si?” “Si è tutti.” “Un bel bordello!” Non verrà nessun principe, qui, a salvare questa figlia d’Eva che non fu mai Cenerentola. Il principe ha la strada segnata, ha un calendario e una rubrica e conosce i nomi delle vergini a cui strappar la sottana. E poi, non bisogna dimenticarlo, il giudizioso olfatto principesco non fiuta altro che pie madonne, perdio. “Dio è la tua Svizzera.” “Ti sbagli, la Svizzera esiste.” “L’hai mai vista?” “No, ma ci sono testimoni.” “Lo stesso vale per il padreterno.” “I suoi testimoni non sono affidabili.” “Chi sono i testimoni della Svizzera?” “Gli svizzeri.” “E tu ritieni che non esista uno svizzero che, almeno una volta, abbia visto dio?” Dio, dunque, non è la mia Svizzera, e della Svizzera non vale le sue migliori vacche. Ci sarà domani? Son faccende, queste, da cristiani, o non son cazzi dell’invisibile? Invisibile e assente, distratto per confessione, indebolito per l’oblio dei suoi servi, praticamente sfatto. Dio fu per me l’indolente che conduceva una pigra esistenza di periferia, prima di scomparire. Sarà stata la sua volontà, quella materia tenacemente oscura, quell’oggetto che la ragione non penetra: ma neppure l’imbecille la scalfisce. Squallido dio, intravisto in un pomeriggio, in un teatro di Milano, aggirarsi tra le pagine di un copione firmato J.P. Sartre*, e disciolto qualche pagina dopo: trasformato, licenziato e infine abolito. Lasciatemi solo dormire. * Il diavolo e il buon dio

October 08, 2005

8

Adesso vengo anch’io. Ci uniremo, senza alcun genere di passione, in un individuo raffinato ed essenziale. Uno per tutti e i personaggi si dileguano. La grande orgia che era nei patti non si farà, non adesso. Ma è comunque una messa poco santa, un’occasione durante la quale si scambia un letto per un altare. Io non posso officiare in un tempio, io ho io miei luoghi profani. Io. Fiducia, ragione e azzardo: e le mie paure saranno di tutti. Prendetene e godetene tutti, non sono geloso. Arrivato a questo punto non sono neppure cinico: è per larghezza d’animo che mi concedo, comprese le luride mutande della mia più stretta confidenza, l’intimo, il disdicevole, lo sfacciato. Confuso e magnanimo. Tutto, tutti i miei pezzi, tutti i miei avanzi. Quello che resta di me va interamente in beneficenza, compresi i brandelli di nobiltà interiore, se ve ne sono, e l’immagine del capestro che mi ha accompagnato sin dal primo vagito. Ho detto “mamma”, ne sono sicuro, e già vedevo al mio posto un impiccato. Sono stato un oracolo di dubbio valore, un indice puntato contro le chiacchiere da oratorio, un indice falciato dalla perenne sordità del mondo. Domani si costruisce, domani è il giorno in cui si innalzano i nuovi monumenti, memorabilia! Un altro mio chiodo fisso, la futura decenza. Sono chiodi miei. Ci sono cassetti profondi come pozzi in cui questi chiodi si nascondono per anni, ma li so ritrovare, quando voglio. Sublimi ripostigli per un paio di segrete fissazioni. Quando arrivano la pause il mondo si congela. Adesso, suppongo, dovrei immaginarlo pieno di vita, brulicante d’ogni sorta di essere vivente, dal verme più meschino fino al comunissimo diavolo a due zampe. Dovrei immaginare un mucchietto di cadaveri, perché dove si vive, di quando in quando, si uccide. Ho detto “mamma” guardando fuori dalla finestra. Era grande, il mondo. Era pieno, il mondo. Si sarebbe detto che fosse bello, mentre mi occupavo di succhiare latte, avendo qualche dimestichezza con gli aggettivi e nessuna dimestichezza con gli usurpatori di quella bellezza. C’è mai stata, da qualche parte? Devo pulire tutto e spegnere la luce, incombenza veramente lieve. Pausa.

October 07, 2005

7

Pausa, una lunga pausa supplementare. Rumori, i soliti falsi allarmi. E’ con grande pudore che nomino chi non esiste, in quei momenti in cui gli splendidi doni di Madre Natura si riversano nella mia vita come un’alluvione di merda. Chi è arrivato fin qui deve avermi amato molto: è ora di spasimare altrove; si legga un romanzo d’appendice, si rotoli nella decenza, e si lasci castrare l’intelletto dal pigro fermentare dei buoni sentimenti. Che ogni sagoma la smetta di elargire un uomo, l’ennesimo disperato intagliato col mio malinconico calco. Siamo accidenti sfortunati, miserabili e importune fatalità. Siamo intrusi, in un mondo tendenzialmente prospero e felice, che condivide l’idea che la parola sia un feticcio che regala grandi orizzonti di speranza: per enunciati diretti o con perifrasi da lavativi. Diamo ai fatti la giusta dimensione: rendiamoli così piccoli da non poterli guardare: sono invisibili: non accade nulla, e la nostra sarà vera grandezza. Siamo giganti che vagano in un deserto tutto da raccontare. Siamo i vanitosi del minimo fatto. No! Meglio morire adesso, in questo istante. Pausa. Sono ancora vivo, da minuscolo Ulisse in mezzo ai ciclopi, e mi rintano tra le anche di quelli che arrancano: vagabondi esausti di ciondolare per un mondo vuoto, si dedicano all’affabulazione del cosiddetto nulla. In nessun caso ammetteranno il proprio fallimento, in nessun caso sceglieranno di tacere. Fatui allievi di precettori analfabeti, torneranno dai rispettivi maestri a chiedere il conto. Non troveranno nessuno e proveranno una strana specie di odio, la rabbia di chi viene abbandonato da un padre che fu, tra l’altro, una schiva canaglia. Per un miracolo i giganti si estingueranno, un evento straordinario da queste parti, probabilmente un provvidenziale aerolite. Si estingueranno perché mi hanno disgustato, e mi si legge in faccia il loro destino. Come possa una miniatura di Ulisse sopprimere una genìa di titani, questo non l’ho ancora deciso. La stessa noia è una tremenda mannaia, e dovrebbe bastare. Noia e movimenti brevi delle mani. Confusione di fine dicembre, in mezzo al solito nato del venticinque che porta la pace nei cuori e la rogna nei cervelli: bestiale talento che si fece mettere in croce e fece passare il sangue in secondo piano.

October 06, 2005

6

La decadenza dell’ottimismo è una fotografia di famiglia, per queste piantine discrete e recluse: galeotta fu solo la nascita, per la verità, perché sin dal primo istante si dimostrarono irrecuperabili. Che li si voglia pensare uomini o vegetali, non si deve cadere nell’errore di credere che fossero smarriti, vite a disagio destinate all’oblio in una terra maledetta. La terra è maledetta solo in virtù di una fonte inesauribile di obbrobri: gli uomini; e per il resto non è né onesta né farabutta. Sta lì, li accoglie, li culla, li alleva, li evacua. Ma gli uomini le sono indifferenti. Il paradosso della filantropia è che solo un uomo può amare un altro uomo: c’è un ritmo meccanico in questo amore, più un forte istinto alla condiscendenza. Una società emancipata è una società inesistente, ecco perché i ribelli sono potenzialmente infiniti. E se si unissero? Non lo faranno, non possono. Ognuno ha i propri cari lacci: stringono quanto basta per un’ambigua servitù, ma non strozzano fino al punto di irritarne uno solo. La volontà torta dei babbei, poi, inventa la libertà delle piccole cose, e accontentandosi si bea. Si appaga di un’esistenza, più che parca, veramente balorda. Ma tra il minuto orgasmo delle piccole cose e la prima libertà c’è un abisso che spezza le ginocchia di chi osi veramente insorgere. Contro chi si protesta? Contro chi ci si solleva, adesso che dio si è licenziato? Contro l’assurdo, innanzitutto. La prima scoperta, sotterrata la fede, è che ogni cosa è contraria alla logica, la migliore amica dell’uomo. Non c’è nessuna ragione, né buona né cattiva, né ammissibile né pensabile, né dedotta né compiuta. Il padreterno era l’artefice del pretesto, del caso eccezionale: la devozione ripagava con i rosari questa generosa concessione, la ragione. La ragione umana, adesso, è orfana. Non si può rispecchiare in nulla, e deve creare da sola le proprie occasioni. Nel mondo ogni cosa è contraria all’uomo: è tutto, improvvisamente, un solo inferno a nostra disposizione. Ovunque ci si volti si scorgeranno tormenti; ovunque si speri si resterà delusi. Strisciamo carponi in mezzo alle rovine, soffrire ci tocca, ma non per decreto divino: soltanto perché qualcosa accade.

October 05, 2005

5

Qui ci sarebbe una pausa, in condizioni ordinarie: ma siamo in stato d’emergenza. Non ci si deve fermare, si deve dormire vestiti, non si deve badare alle stoffe, e alle salde radici di una tradizione che ci vuole addormentati e nudi. In certi casi in pigiama, o in talamiche vesti, interpretando il letto come un palco. Bisogna stare sempre all’erta, si dà il caso che la libertà possa arrivare col buio. Liberi domani, o prima possibile. Rinviare è da stolti, anticipare è vano. Correre non serve. Si tratta, senza orpelli, di fare ciò che si vuole. Ma davvero si vuole, oppure ci si gingilla con i dolci pruriti? Sulle carte delle costituzioni, in ogni trattato, persino nelle parole d’amore che precedono gli anelli della schiavitù, la libertà è sempre inclusa nei patti: ma le carte si strappano e gli anelli, come simboli, si consumano nel momento in cui si indossano come coccarde. Con le nozze gli amanti si dicono formalmente addio, e ne danno prova con uno scambio di insegne, frigide quanto il reciproco congedo: che inizia camuffato da festa, e tra ostentati bagordi. Si deve vedere bene ciò che neppure esiste: non dico l’amore, perché non direi mai una corbelleria del genere, ma l’unione. Il matrimonio è appena un caso, uno fra i tanti, in cui la libertà viene trasformata in macchietta. Per quanto la felicità sia difficile da definire, l’infelicità non si nega a nessuno e già sul piano semantico non dà luogo a troppe dispute. Al limite, ci si deve intendere sui dettagli della propria: variazioni su tema. Qualcuno vorrebbe che le pause fossero infinite, ma non è possibile. Nelle pause si può impigrire, ci si può ingozzare di menzogne. D’altra parte, non è operazione di ordinaria amministrazione promettere a se stessi una libertà che non arriverà mai, professarsi intrepidi tra sé e sé, e vegetare in un crepuscolo di graduale e placido rincoglionimento, fino alla fine dei propri giorni? Pausa.

October 04, 2005

4

Chi ha parlato di santi in questo luogo? Non si trattava di santi, ma di un elenco di mostruosità di ben altra levatura: l’Altissimo, ad esempio, come si suol dire con una parola, sbagliando sulla statura e sull’ubicazione del tribunale. I potenti, dopo un certo numero d’anni, si affievoliscono. Persino come semplici figure nella fantasia più assetata di misericordia, sbiadiscono e muoiono. La loro vita era la demente eccitazione di uomini disperati. Purtroppo, con i servigi dei disperati si vivacchia tra una preghiera e un’estrema unzione, non più a lungo dei disperati stessi. Certo, appena crepa un inconsolabile il mondo ne offre subito un altro, con le stesse inclinazioni volgari, per colmare il paiolo, ma non si può andare avanti per l’eternità. Si può dunque vivere come i cani, e sbarazzarsi di dio senza iniziare a latrare. Non c’è bisogno di essere identici ai cani, è sufficiente imparare da loro un po’ di sana dottrina. Lo scetticismo del cane, del tutto involontario, è una scelta per uomini coraggiosi e ammorbati dalle farneticazioni. Ma adesso basta, finisce qui. Tra indulgenze e macchinazioni l’odore di morte è stato furbescamente dimenticato. Un vantaggio di pochi secoli, durante i quali il curriculum vitae del padreterno perdeva un pezzo alla volta. E’ stato sottoposto a verifica e non è stato ritenuto idoneo all’esistenza. Quel Signore scherzava, quando scriveva ho spaccato montagne. E’ stato creduto per carenza di bordelli e altri generi di passatempi altrettanto incresciosi. Oggi, nell'istante in cui inizia una predica, si alza un vento che la disperde nell’aria. Da lontano si nota solo il lutto, nell’uniforme dell’officiante che officia nel nulla. Non un solo spettatore, non un orecchio disposto a prestar fede: non si presta ciò che non si ha. S’affaccia il timore, siamo soli, siamo sempre stati soli. Siamo, l’uno per l’altro, una maledizione. Pausa. Ristoro, senza sonno. Non c’è nessuna ombra, non c’è nessuna ombra, non c’è nessuna ombra. Si crede ciò che si vuole credere, perché si possa essere ciò che non si vuole ancora. Potrei scrivere sempre, e lo farei, se servisse a qualcuno. Ma si richiedono sacrifici meno nobili di questo, e più coerenti. Ci vuole, ad esempio, il pane quotidiano; ci vuole di che saziare i maiali per ingrassare gli eredi che alleveranno i polli: per sfamare le generazioni successive. In poche parole, ci vogliono l’ottimismo della pancia e la perseveranza di una classe operaia, ma senza sogni rivoluzionari. Serve, infine, la semplicità. E tutto questo si deve mettere in parole, in opere di letteratura, in limpide proposizioni.  E sia bandita ogni perplessità.

3

Un inatteso clamore di voci familiari: sono tutti qui, ben occultati. Sarà per un’imboscata o per una sorpresa? Il mio volto stupisce e la mia voce squittisce, ma non genera verbo di senso compiuto. Agile di bocca, un tempo rattoppavo i pensieri orribili con parole smaglianti e vuote: sterilizzavo gli appestati che abitavano in quei luoghi presunti e inesistenti. Datemi una penna. Adesso è arrivato l’istante in cui ogni cosa mi appartiene, e non durerà. E’ finito. Prendete la penna, bravi, prendetela per la coda, addestratela e non morderà, istruitela e vi ricambierà con il sapere scritto. Non era altro che tradizione quella che vi frullava in testa, e tradizione malintesa e stravolta. Voi dite di non capire? Io non capisco dove sia la novità. Pausa. Stanchezza, e in gola nient’altro che fumo. Si tende ad escludere che vi sia dell’altro, nella gola o nel reparto dedicato al pensiero. Fumo significa che sostanza ha bruciato; si è strinato quel poco di tessuto; si è appiccato un incendio, e qualcuno soffiava. Fiato sprecato, per non far bofonchiare un uomo raramente affascinante, il più delle volte esasperante e molesto. Dovrei rendere una confessione, cosa a mala pena credibile per un ateo. Non mi si prenda sul serio, e visto ciò che comunemente si intende per serietà non mi sentirò oltraggiato. Il mio rancore è un esercizio di logica con un voto scarso. Sono il terzo da sinistra, l’uomo spossato. Sono anche il terzo da destra; infine, sono l’uomo al centro, un individuo all’apparenza sano ma completamente marcio, a partire dallo sperma: per cui mi è facile versare depravazione e trasmettere immoralità. Mi basta calibrare una sega, come scrissi in un picco di empietà dopo avere costretto la vergine di cui sappiamo, madre di chi sappiamo, a inginocchiarsi per i miei scopi. Di più non sapeva fare, perché lo Spirito Santo non le aveva insegnato i rudimenti dell’arte amatoria: l’aveva subito incendiata di pietà, per sottrarla alle zampe dei maschi rapaci. Anche la vergine a suo modo bruciò: ma non fece fumo e lasciò una mole di menzogne, in seguito rilegate. Se la follia che si concentra in un libro può infestare il mondo con irrisoria facilità, cosa c’è da sperare dalle parole? E lo scrittore, non sarà uno scellerato della peggiore specie? Prendi un testo a caso in una biblioteca a caso: leggi le prime pagine: ti viene spontaneo chiederti: perché dovrei credere a costui? Si dà, dalla prima pagina, arie da testimone. Egli sostiene qualcosa. Egli sostiene sempre qualcosa. Il segreto di tanta loquacità è l’arroganza: lo scrittore è cosa garrula e insolente. O superbo o muto. O petulante o ipocrita. Il bastone è sottinteso nella penna. Non è il caso di rifiutare tutto: i testi sacri sono un castigo della ragione, e quando dio minaccia proclama in realtà la propria impotenza. Solo così può esistere, attraverso la paura che si incarna nel credulone. Milioni di ingenui sono il materiale umano su cui ogni profeta esercita la professione, nel momento in cui sfodera la parola ambigua ed elargisce consegne spirituali ovviamente incomprensibili. Tuttavia, non ogni autore è una scimmia male intenzionata e barricata nelle religiose valli. Luoghi ameni e impossibili. Il fatto che egli, l’autore, sia pur costretto a credere in qualcosa, è tanto vero quanto banale. Ma non si confonda dio con qualunque cosa, al solo scopo di affermare che chiunque scriva stia manifestando un’inconsapevole adesione alla stessa beatitudine, cercando nuovi nomi per quel cielo debolmente offuscato. Balle, confortevoli balle. Pausa.

October 03, 2005

2

Ma è già ieri. Se non sbaglio, oggi dovrei essere stato. Come accade che un inquisitore si dimentichi di tormentare la vittima, cioè l’innocente, così succede che io trascuri i miei doveri, e che la mia esistenza non valga quella di Adamo: una didascalica panzana in cui si proietta angoscia e non si teme, mai, di essere compresi. Si vive così, totalmente privi di colpa, vergini da ogni punto di vista, bari dagli stessi punti di vista: i luoghi privilegiati da cui si scorge bene l’uomo e si scorge benissimo il suo inesorabile disfacimento. Non è l’uomo il problema, ma quella testa che si affanna a meditare moderne scuse. Tutta la vita è un simile concerto di astuzie e scappatoie, atrocità e fughe: bastoni per non cadere e buchi in cui nascondersi. Chi, meglio di me, potrebbe mentirmi? Non è rimasto nulla di veramente mio, nulla che mi possa dare l’ozio del possesso o lo stravizio della libertà. Io dovrei scappare, per un tempo infinito, a gambe levate. Ma nessun asilo mi avrà con sé, non c’è capanna per questo qui, eccetera. E non c’è eremita senza nostalgia del mondo civile, per quanto il disprezzo indugi volentieri nella contemplazione della propria purezza: che non è mai tale, ma è sempre intossicata da qualche perplessità. Non provo vergogna, sto in piedi, godo di buona salute, e tutte queste fortune non mi danno tregua. Per quanto selvaggia, la mia violenza è già un modo di essere. L’abitudine l’ha svilita, con la mia collaborazione, e sono diventato un principe di buoni sentimenti senza un cencio su cui esercitare la mia paranoia. Dove potrei andare, dove potrei fuggire, dove potrei regnare. La vita dello spirito mi disgusta, per quanto non vi sia uno spirito: questa pertinacia immotivata, questo cocuzzolo di assurdità che scalo tutti i giorni come un condannato ai lavori forzati. E’ chiaro, tuttavia, che nessun aguzzino angustia il mio culo: mi basto da solo, quanto a tormenti e sevizie. L’altro, il boia che prima o poi mi capiterà di incontrare, è un artificio disumano per educare me stesso a supplicare il mondo di partecipare: vivo in un’eterna petizione, che compilo quasi a tempo pieno, sempre con la stessa firma. Si vive con le parole ma si scrive con le chimere. Lamento diurno di un relitto. Cosa c'è? E cosa vuoi che ci sia, più di quello che c'è. Pausa.

October 02, 2005

1

Pausa. Non ho fatto nulla di buono, a parte orecchiare metafisica da diporto in un café chantant di esimi gaglioffi. Pausa. Qualcosa accade, con la mia complicità. Bravo mondo, sempre indaffarato, sempre all’opera. Secondo una diffusa iconografia, il mondo appare sferico e fannullone. Quale inganno: quanta menzogna in un ritratto. Il mito si inabissa nell’illuminismo come io sprofondo nel letto, piuttosto incline al vizio. Nessuno dei vizi a cui un pinzochero piamente allineato solitamente si conceda: le mie virtù più riposte sono i suoi peggiori delitti. Quando c’è di mezzo la salvezza trovo sempre di meglio da fare. Basta poca luce per scorgere, in un natura preziosa e sorridente, la commovente fatica di Sisifo. Ad ogni aborto della volontà un uomo svogliato e deluso assume che ogni atto non serva a nulla, e rinuncia al proprio macigno celebrando la propria viltà. Ogni uomo, ovvero me. Chi riesce a sostituire il lanternino con una buona lampada intravede, tra scarabocchi contorti e giudiziose macchie, lo schizzo di Sisifo stesso. Qualcosa accade: e mi presento alla festa pieno di sbavature, errori e vergogna. Ci siamo, dunque ci siamo, qualcosa accade. La disciplina è nulla senza una buona dose di casualità, liberi di chiamarla come vi pare: è una libertà imbarazzante, quella del nome. Tra le parole si bivacca senza pudore, e persino un mediocre ciarliere si porta le commende al bavero: pettegoli, istrioni e verbosi pagliacci si danno generiche arie da gran savi. In questa epoca di infimi guitti. E’ naturale, e tutto ciò che non è naturale è divorato da un paradosso escogitato per casi simili: non si può dire nulla di preciso senza cadere, prima o poi, in qualche genere di contraddizione. Che grande scoperta, è un vero peccato che i cretini non amino i brevetti, perché altrimenti le loro originali asinerie sarebbero tutte registrate e catalogate, e avremmo un almanacco in cui andarli a cercare per nome e cognome. Avrebbero anche un numero. Ma dio, in questi momenti, non potrebbe iniziare ad esistere? Non gli si chiede di creare nulla, lo schifo è già dato; non gli si chiede di assumersi alcuna responsabilità né di lottare contro la somaraggine; gli si chiede di improvvisare una storia edificante, come personaggio secondario, senza alcuna nozione della Madonna o del Bene, già ammucchiati tra i pupazzi di un’antica e futile moda, senza rimpianti. Pausa.