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October 26, 2005

Lettera sulla domanda estetica

(le lettere pubblicate in questa categoria sono vere)

Cara Lore,

se comprendere è agire, devo credere che con le risposte estetiche si siano buggerati i secoli. Ma tra pensiero e azione c’è una lacuna: lì dove si indugia puoi scommettere su un’impostura socialmente accettata. Tu scrivi: “Perchè, avendo a disposizione una delle tecnologie potenzialmente più democratiche mai esistite, nella stragrande maggior parte dei casi la si utilizza non per creare una nuova (sì, lo scrivo) estetica, ma per conformarsi al (sì, lo scrivo) mercato?”. Ricordi i tempi della restaurazione, ricordi l’ultimo congresso di Vienna? (Torino, 2005) Discorsi interrotti troppo presto. Non c’era alcuna restaurazione in corso, e non c’erano fantomatici poteri occulti, i burattinai dell’editoria. In anni di probabile democrazia (qualche incertezza c’è) la restaurazione è un cencio nelle mani di spaventapasseri che prosperano nella solitudine: nessun pericolo. Ma una forma poco occulta di “conservazione” c’è, non dilaga, non fa rumore, non sbarca dai cieli ma proviene dal basso, ed è una diffusa volontà di omologazione all’esistente, per abusare di quelle briciole di filosofia disseminate nelle teste sbagliate. Ho seguito, alquanto in disparte, l’infinita polemica su un fantasma, il modello Wu Ming (il fantasma è il modello, certo non Wu Ming): non ricordo niente di simile, non ricordo una tale “sollevazione dal basso” contro un autore che, certamente, non è un menestrello di corte. Qualcosa non va, e mi viene in mente di scrivertelo prima di un secondo capitolo che vivo come un’ingiustizia prima ancora che come storia. Per chi, dunque, mi chiedo: per chi scrivere, se quelli in cui spero scelgono lo scettro del giullare? Ma la mia è bassa ragioneria dell’esistenza. Si scriva, dunque, ma la domanda resta. Per dovere, ho scelto di non essere pessimista, per principio non posso presumere troppo, ma per esperienza non voglio essere del tutto cieco: come riciclare i calci in culo senza convertire il dolore in una fasulla voglia di vivere. Ti sembrerò un po’ oscuro, me ne rendo conto. Il problema è questo: c’era il tempo degli oppressi e degli oppressori, in ogni paese civile, visto che il concetto di civiltà cambia con la storia. Adesso gli oppressori si chiamano Stati Nazione, e così gli oppressi. Non ci sono più i cattivi, ma grandi concentrazioni di cattiveria, volendo utilizzare le categorie di Cappuccetto Rosso. La conventicola letteraria, il nuovo salotto di cui si ciancia, non è inconcepibile, è semplicemente impotente, come dimostrano i fatti. La conventicola si spazza via con le idee. E’ il pessimismo, tuttavia, che piega le ginocchia degli aspiranti pensatori, degli aspiranti scrittori, degli assurdi cavallerizzi di un’estetica inesistente, quell’estetica che ti aspetti ma che intravedi raramente. Sono deluso, cosa ti aspettavi, te l’ho già scritto. La tecnologia, qualunque tecnologia, crea una diffusa condizione di privilegio in cui si distende la groppa ma non si perde tempo: il motivo per cui, data una la disponibilità di certi mezzi, i mezzi non vengono utilizzati, è probabilmente la stessa lacuna tra pensiero e azione. Serve la volontà di fare, che si configura come “pensiero della fatica”. Il mancato artista, il mancato scrittore diventa nell’ozio complice di un passato di servitù intellettuale: l’uomo affrancato è completamente inetto se non sa cosa farsene della propria libertà. Ovviamente, questa è una semplificazione: c’è una parte di poemetto bucolico e qualche quintale di frustrazione, e manca un’analisi puntuale.

Ci penso e ti riscrivo,

Tuo Iv