r

Projects

Recent Posts

Tags

---------------

Strange days

  • www.flickr.com

« Itaca non esiste. | Main | Una specie di vaffanculo. »

January 18, 2006

Se la pecunia odora di sacro

di Francesco

Mi guardo bene dal credere di poter risolvere o spiegare il rapporto psicologico e culturale che legherebbe il concetto di denaro alla sinistra con un post, ma è da alcuni giorni che ci si interroga su di esso e sulla presunta diversità che ne discenderebbe per la sinistra.
Al di là della strumentalità nel porre problemi metapolitici in luogo di quelli politici che dovrebbero interessare milioni di elettori, avendo io molti, ma molti meno lettori di quei milioni, posso anche perdere un po' di tempo per tentare di chiarirmelo e anche contribuire a sfatare il mito della semplificazione moralistica con la quale si cerca di definire quel rapporto.

Non dispongo di sondaggi o di ricerche in merito, perché non ne conosco, né di testi, perché non ve ne sono.
La traccia di questo post è puramente speculativa, frutto di ragionamenti e di esperienze concrete. Però, fino ad oggi le spiegazioni fornite da vari commentatori della questione, forse per una recondita responsabilità del linguaggio televisivo e della stampa (attuale) mi hanno soddisfatto poco.
Non credo, intanto, che la questione si possa porre (tanto meno esaurire) considerando la pura e semplice dimestichezza con il denaro, come proveniente da un'attività economica piuttosto che da un'altra (Scalfari a Ballarò). In quella dimestichezza sembra prendere corpo un giudizio sulla spregiudicatezza che ne seguirebbe nel considerarlo un fine e non un mezzo; il denaro in realtà da tempo tende a esistere sempre meno e a incombere come una qualità spirituale, quindi per sua "natura": sacra (con i sacerdoti che ne officiano i riti e ne comprendono le recondite quintessenze) e pervasiva (perché, almeno in teoria, disponibile per tutti e indispensabile).
Neppure si può partire dal presupposto di un atteggiamento benevolo (o addirittura "laico") inculcato a certe categorie sociali, che troverebbe radicamento nell'etica capitalistica tout court con tanto di basi puritane e protestanti (seppur importanti), di cui la destra in Italia beneficerebbe, per proprietà transitiva. L'etica protestante serve a spiegare molto, ma non tutto, del vigore economico di popoli diversi dal nostro, e non può far velo alle esperienze con il denaro delle cattolicissime prime banche italiane (dai Medici ai Bardi, fino ai Peruzzi) che tanta parte ebbero nel fondare il capitalismo mercantile nel Basso Medioevo; e tanto meno, per fare un esempio, può farci dimenticare la prima rappresentazione legale del denaro tutta  "made in italy", dell'invenzione della cambiale.
In realtà se c'è una caratteristica che ho visto emergere in tutti questi anni  nei capitalisti italiani spicca la loro fisonomia di grandi mercanti, piuttosto che di grandi imprenditori.
Tra l'altro, le documentate contestazioni nell'attribuire merito a quell'etica, nel dare spiegazione del vigore economico di un popolo, di un'etnia o di un gruppo sociale sono state recentemente proposte da Ami Chua nel riferire del dominio plurisecolare della minoranza cinese (lontana anni luce da puritanesimi e calvinismi) sulle economie di Malesia, Filippine, Indonesia, Vietnam, Birmania e Singapore, accostato alla tradizionale e millenaria "apatia" economica dei cinesi rimasti in patria.

Invece, il denaro è sia mezzo che fine, è essenziale al capitalismo, agli individui, ai gruppi, ma li precede tutti geneticamente, e da sempre il suo valore meta-simbolico consente il trasferimento di identità e valori. E' della borghesia l'apoteosi del denaro, perché grazie ad esso finalmente si è potuto misurare universalmente il valore della cose strappandolo alla speculazione filosofica o sapienziale (Simmel). Ma se questo perde consistenza a vantaggio della sua pervasività (e sacralità) il discorso cambia.
In generale, la sinistra basa la sua critica sull'insufficienza del valore economico per deliberare il valore delle cose. Non dubita del suo formarsi, ma del suo valere veramente quello che vale. Al proposito sottopone a esame il mercato, l'economia e il denaro e distingue, mettendo al centro i bisogni dei cittadini, compresi quelli che il mercato non può soddisfare. In generale, la destra a questo argomento risponde con il mercato e si appoggia alla visione del denaro come universale.
La sinistra può abbracciare palingenesi politiche, positive visioni della storia o più modeste (si fa per dire) riforme del capitalismo, ma l'incontro con il denaro non può essere eluso. 
L'incontro è drammatico, come deve essere. Se il denaro non è un universale, allora significa che il denaro è plurale e gli attori del dramma sono, pertanto, positivi o negativi. Nell'epoca del denaro transustanziato nelle autostrade informatiche, relegato a valore fluttuante e ad essenza spirituale, per contro, ribadire il concetto "borghese" del denaro significa dire che il denaro ha perso la sua natura di misura del valore delle cose, per assumerne uno che lo fa diventare universale perché pervasivo e sacro.
La velocità, e il suo relativo, la parziale visibilità, provocano una schizofrenia che produce a livello generale una sorta di ingiudicabilità dell'uso del denaro. Una specie di fatalismo che nel paradiso delle imprese sommerse, nel paese della mafia e delle camorre bianche, in una fase di crisi economica accentuata, crea al denaro più possibilità di diventare un fine, invece che essere considerato come un mezzo.
Essendo il denaro, nella contingenza, sempre meno disponibile, fenomeni di invidia sociale possono essere più frequenti e anche domande a proposito del valore delle cose, è assai più difficile che vengano poste con criterio. 
La sinistra non ha cambiato nel corso della sua storia il criterio di valutazione del denaro, che è essenzialmente problematico per lei, come deve essere. Non aveva, infatti, bisogno di modificare niente del suo tutt'altro che semplificato  patrimonio di idee al proposito. La sinistra, per costituzione, poggia le sue tesi politiche e sociali sulla struttura dell'economia nel suo insieme e considera il denaro per lo più come un mezzo, assegnando ad esso un ruolo e delle regole preventive.
A sinistra ci sono almeno tre modi di considerare il denaro per il valore che ha rispetto alle persone che lo detengono.

1. Nella sua pluralità, il denaro proprio, inteso come disponibilità privata, non è mai stato oggetto dell'interesse della sinistra italiana. Il vecchio e frusto detto: "quel che è mio è tuo, quel che tuo è mio", confonde i mezzi di produzione con quelli di sostentamento e appartiene a una vulgata ideologica degli avversari della sinistra e del suo moralismo. E' assolutamente vero che la sinistra italiana ha sposato la frugalità di matrice cattolica e l'ha fusa in un costume (catto-comunista) che fino alla fine degli anni '80 ha trovato modi diffusi di applicazione. Un esito questo molto più rispondente alla composizione sociale della sinistra e alla società di allora, che non il frutto di una mentalità invisa al denaro.
2. Avendo la sinistra (ovunque, sebbene con metodi assai diversi) operato affinché lo Stato diventasse una macchina a favore della redistribuzione della ricchezza lo ha con-fuso con la collettività e il suo bene. Il denaro pubblico (cioè di tutti, ma indisponibile a ciascuno, e anche il proprio e  perciò identitario del modo di intendere il denaro di tutti: leggi se vuoi, movimento cooperativo) ha riempito la riflessione sul denaro tout court nella mentalità, nelle pre-occupazioni  e perciò nel linguaggio della sinistra, fino a diventarne il paradigma culturale e provocando alcuni dei ben noti cortocircuiti intellettuali.
In poche parole: il denaro assunse maggior dignità se pubblico, minore se privato. L'equivoco di questa posizione diventa chiaro, se si pensa al luogo comune che ha generato e che viene inflitto con un moralismo di infimo grado a chiunque sia di sinistra e benestante (o voglia diventarlo per sé). Secondo quel modo di dire, per essere coerente, chi sta a sinistra, dovrebbe essere povero e desiderare la povertà per sé (e, quindi, per gli altri). 
Dopo aver immaginato lo Stato come elemento cardine della vita sociale e individuale e preso atto oggi della sua impossibilità a tenere il passo del denaro superveloce e dell'economia che ne sorregge le sorti, la sinistra è rimasta senza denaro. Oggi, più ancora di prima, il denaro pubblico assume il "giusto" valore residuale a destra, mentre ancora la sinistra conserva un pensiero forte nei suoi riguardi. Il denaro pubblico ha un fine più elevato, perché può, se ben impiegato, sanare un'ingiustizia, mentre quello privato è per definizione indisponibile e quando entra nel circuito economico lo fa prima di tutto per un profitto individuale o di pochi. Così, quando il denaro e l'attività che ne discende identifica in qualche modo la sinistra, questa pone a chi adopera quel denaro obiettivi etici e politici simili a quelli pubblici. Ma questo appare, oggi più di prima, incomprensibile e parzialmente spiegabile.
3. Non ho prove, se non empiriche, ma credo di poter dire con una buona dose di certezza che il denaro degli altri, cioè disponibile per gli altri, ma indisponibile per se stessi, fa parte delle riflessioni e delle invidie individuali tanto di chi si sente o appartiene alla sinistra quanto di chi si  sente o appartiene alla destra. La differenza passava fino a qualche anno fa nelle soluzioni che le due  sensibilità davano alla propria invidia o riflessione. Escludendo la  serie di risposte possibili che vanno sotto la forma del reato, a destra si faceva leva sull'imitazione (dalla creazione d'impresa all'ammirazione sottomessa), a sinistra sulla giustizia distributiva (dall'esproprio, fino all' equa redistribuzione). Oggi, questa distinzione (che descrive l'approccio ideologico e anche culturale al mezzo e non intende definire in alcun modo la storia dell'economia di un paese, di un partito o di singoli gruppi, ma solo la diversa sensibilità nei riguardi del denaro altrui), per effetto del nuovo modo di essere del denaro, e perciò della nuova economia, è ormai estinta.

Conclusioni. Alla sinistra (italiana) non può essere rimproverato di avere un rapporto insufficiente con il denaro. Semmai è vero il contrario. La "diversità" rispetto alla destra sta nella considerazione del denaro come un plurimo anziché come misura universale del valore delle cose. Il modo di approccio alle diverse formazioni e identità del denaro rispetto a chi lo possiede genera un'inevitabile serie di percezioni intellettuali e contraddittorie sul valore delle cose, proprio mentre il denaro intende risolverle ispso facto. La scarsità di denaro disponibile favorisce, infine, la semplificazione del discorso su di esso e anche sui suoi detentori. Laddove la sinistra complica e usa il rasoio per distinguere il positivo dal negativo, la destra che si impossessa del significato di denaro e lo traduce come mercato e disponibilità affluente, in un momento di grandi difficoltà economica e di grandi scelte ha dalla sua uno strumento sacro, simbolico, pieno di giustizia in sé.

TrackBack

TrackBack URL for this entry:
http://www.typepad.com/t/trackback/542572/4066586

Listed below are links to weblogs that reference Se la pecunia odora di sacro:

Comments

Grazie per averlo pubblicato

Beh, non è male. Meglio di tanta fuffa che si è sentita in giro.

Pezzo molto arguto, Francesco...

Grazie, ivan

per chi vuole:

http://www.millepiani.net/archives/2006/01/22/la_sinistra_il_denaro_georges_bataille.html#more

Post a comment