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January 14, 2006

La solitudine dello scrittore come fatto sociale.

[tra una pila di appunti sulla Dichiarazione dei diritti (e dei doveri) dei narratori di Wu Ming,  prima di un lungo intervento sul dibattito che si può leggere su Lipperatura e su Vibrisse]

I nostri autori ci lasciano qui. Soli. Chi comanda i pensieri istruisce la mano a dire ciò che non si può dire, a patire sui fogli l’ossessione dei disgraziati: gli scrittori, la specie simbolica, gli affabulatori a cui non bastò il padrenostro come criterio di verità. E si ritrovarono soli. Colmo dell’ingiustizia, non si faranno mai compagnia e, abbandonato il rosario per la macchina da scrivere, non potranno che contare sulla propria disperazione, ognuno sulla propria, e scambiare opinioni da eterni e inconsolabili delusi. Torneranno alla loro ossessione, si spingeranno lontano, ma mai abbastanza, brilleranno per una parola e precipiteranno nel buio: così pare che debba accadere. Sia chiaro, nessun malinteso: non vi è destino, non vi è una storia a cui sia impossibile sottrarsi, un precipizio inevitabile: sono seducenti balle per aspriranti maledetti.
Le storie si scrivono o si vivono, secondo alcune norme che passano dalla vita alla narrazione e viceversa, ma io non saprei distinguere troppo chiaramente se si tratti di vita o di racconto. Non ne farò un dramma, mi basta l’avventura, e riguardo la sua classe ontologica basta attendere la morte dei filosofi che investono un’esistenza su questioni immortali e lacrimevoli: visti quanti ne ha fatti piangere l’essere, e piangere invano. La religione durerà ancora, il clero non spicca certo per onestà ma per spirito di conservazione. Dietro questo disfattismo mimato si nasconde il più ingenuo buon umore, giacché la massima aspirazione di pastori e reverendi è di ricalcare le orme di Gesù Cristo senza mai concedersi alla croce. Come epigoni sono dei dilettanti, e questa è l’immagine della loro incazzosa divinità: un dilettante della giustizia, un aborto morale senza responsabili bene individuati. Un vaffanculo che non si incarna mai.
I nostri cari autori, i nostri amati scrittori, hanno abolito le virtù astratte per lasciarci a mani vuote: l’auspicata perfezione è degenerata nel vizio, avrebbe sostenuto un Torquemada in vena di delucidazioni. Si dirà che c’è qualche eccezione: certo, è vero, c’è persino chi, come Boezio, cerca ancora la prova dell’esistenza di dio, e, fatto inaudito, la trova: spesso, nelle piccole cose; ancora più spesso nelle cose inesistenti.
Ma (avversativo di un'impostura) la solitudine dello scrittore è, ancora una volta, un fatto sociale: altrimenti è il vanto di un'ipocrisia.

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