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January 12, 2006

Da Giulio Mozzi a Lipperatura: le domande sbagliate e la morte della critica.

C’è una superstizione che va raschiata dalle menti più pervicaci, e più meticolose nella cantonata, visto che abolirla per decreto non si può: il fatto di poter formulare una domanda in maniera grammaticalmente corretta, e anche argomentata, non è sufficiente a fare della domanda stessa una domanda sensata. Colossali sciocchezze, con la dovuta accortezza, possono essere offerte al pubblico in forma rigorosa e articolata, dopo adeguata ruminazione.

A prescindere da questa osservazione di carattere generale, riconosco a Giulio Mozzi un singolare talento nell’intricar matasse di genere pseudoletterario, che va ben oltre la sua abilità nello scansare le domande. Ma su Mozzi tornerò al termine dell’ultima puntata de “la cosa”, su Lipperatura. Nel frattempo, mi limito a dichiarare le premesse di un discorso, che incidentalmente contengono un accenno di replica a Mozzi.

Ecco le premesse, per ora, del discorso che seguirà.

1) Esistono gli studiosi di letteratura, e posso garantire che esistono anche gli studiosi di letteratura contemporanea: la specie non è affatto in via di estinzione.

2) Gli studiosi di letteratura sono critici letterari tanto quanto gli studiosi di filosofia sono critici filosofici e gli studiosi di gastronomia sono critici gastronomici: sono critici quando agiscono da critici. Non era poi così complicato.

3) Chi tratta il critico come una guida spirituale e si attende di essere orientato, indirizzato, guidato sulla retta via, baratta il critico con una bussola e ne fa un patetico arnese al servizio del mondo letterario, almeno in teoria: in pratica, la bussola ha un ago che punta sempre nella stessa direzione, e la metamorfosi in bussola fa sì che la fede del postulante sia ricambiata con una lista della spesa, il più delle volte. Chi ha bisogno dell’incarnazione di questa idiozia può ben dichiarare che la critica letteraria sia morta, non una volta ma cento: e mi impegno personalmente a pagare i funerali passati e presenti.
E’ chiaro che esiste il critico letterario che si dedica volentieri alla distribuzione di pessimi consigli, spesso con la sicumèra di colui che sa, l’immodestia dell’educatore di masse ostile alla disgregazione del gusto, ed è anche vero che può accadere che trascenda in una forma di egolalia compulsiva, proponendo sempre gli stessi, disgraziati, autori: le sue prime vittime, in attesa dei lettori. Fa tutto ciò con l’identico paternalismo di chi consigli un’iniezione per i casi più gravi, un provvedimento necessario in uno stato di emergenza, e lo fa per la propria gloria, ossia il riflesso del lanternino di chi, solo, ha visto subito ed ha visto bene.

4) Perciò: la questione della morte della critica, in questo momento storico, mi sembra intimamente legata alla proclamazione di un presunto stato di emergenza.

[continua]

 

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