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Strange days

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December 29, 2005

Stato d'animo. Mai più stato

Stato d’animo. Mai  più stato. Legittimo addio, in un pomeriggio buio, in prima classe, il treno profumava di terzo stato, e di malati di persecuzione. L’animo si traveste da nonna e mangia il lupo, e la favola finisce, o quasi: cacciatore di nonne strazia la nonna ingorda e scopre indizi di lupo e sintomi di disgrazia: con la nonna è morto il travestito. Per tormentare il terzo stato, e ridurlo momentaneamente alla condizione di quarto e umile, la prima classe si mutò in seconda e prese ad ammorbare l’aria come mai sterco di corsiera seppe fare. Nemmeno un borghese si riscattò, e quel miasma fu segno: che la borghesia era simbolicamente coperta di merda. Così, si narra, la parola “borghesia” divenne ostaggio dei proletari, e la parola “proletari” divenne ostaggio della retorica: e ogni discorso sulle classi, dalla reputazione di meritoria orazione cadde direttamente nella gran marmitta delle farneticazioni. Egli. Un tempo soggetto, terza persona, mio personale fantoccio. Mai più disposto a fare ginnastica per il bene delle mie storielle. Son tempi, questi, in cui si comanda ai personaggi di rigar dritti? Fondamentalismi da letterato demodè. Stato d’animo. Mai più stato. Vaga sembianza d’individuo, ma pura scorza. Dentro non soffre, dentro non ride. In nessun caso si rallegra, neppure in nome della rappresentazione. Uno dei compiti principali dell’animo era di nominare il fasullo. Chi mentirà al posto suo, adesso? Ovvero al posto mio. Nudo. I miei quattro veli erano quattro stracci, bendaggi sanitari per un’umanità assetata di una moralità stravagante e finemente interpretata. Carta igienica resistente alle massime sollecitazioni dei costumi barbarici del terzo stato, del quarto stato, dei poveri cristi. Era universale e democratica, per quanto poco nobilitata dall’abuso del mio corpo. Dettagli, anche la nudità ne è piena. Stato d’animo. Mai più stato. Apparenza di solitudine privata dell’uomo, l’unica cosa che la giustificherebbe. Briciole di passioni scadute col tempo, signori battezzati e sfumati prima di un solo atto degno di nota. Adesso è diverso. Mancanza di tatto, ma odore di festa. E’ senz’animo che vivo libero, assolto e scarcerato, nell'abisso di un apostrofo.

December 26, 2005

Gesù Cristo e Berlusconi

(vecchi pensieri in disordine)

Bene, vogliamoci bene: per amare saremmo disposti a tutto.
Oggi pomeriggio ho udito - con le mie orecchie, dico, non con quelle di un altro - che Gesù ci ama, volenti o nolenti. Ecco, sta lì e diffonde volentieri  questo sentimento, dal quale procede una specie di contagio a cui l’umanità non si può sottrarre: parafrasando, a grandi linee, la prudente opinione di uno che l’ha visto, e per questo si è trasformato in sacerdote. Non dico che si sia fatto prete, ma che si sia verificata una vera e propria metamorfosi: come il bruco mette le ali, lui ha messo il cupo abito del signore. Una seconda pelle di cui va fiero, ninnoli compresi, croci e anelli, perdono e baiocchi. Condoglianze. Ma come, io mi nego al suo amore? Ebbene, io non vorrei mai essere amato da uno sconosciuto, e per di più senza poter ricambiare. Che amore è mai questo? Non ci posso parlare, non ci posso scopare. Si ama, lassù, ma in modo indeterminato: quaggiù si pretende sempre qualcosa.
La frequenza con cui l’Altissimo si manifesta a mezzo stampa, o in televisione, mi snerva. Del resto, lo stesso Berlusconi lo prende a modello, credendo di intuire la strategia vincente: se onorano il padre e si inchinano al figlio, dopo ben duemila anni dal giorno in cui lo inchiodarono, Silvio, senza per questo farsi mettere in croce, ha compreso come non farsi dimenticare. Eterno sarebbe il mio rancore, in effetti, se me ne venisse data la possibilità: per fortuna morirò prima di assistere al tetro spettacolo dei suoi monumenti: a cui mani cortigiane e  bene ammaestrate attaccheranno la sospirata chioma, che già si intravede, pelo per pelo, giorno dopo giorno. Ecco una certezza: Silvio, da morto, avrà indietro tutti i capelli. Se non sarà Silvio, sarà la sua immagine. Già ora non riesco a distinguerli, Silvio e l’immagine, l’uomo e l’ombra. Sembra tutta ombra, ma senza alcun mistero.

December 23, 2005

Da Bologna (Serie A) a Bologna (Serie B)

CHE SUCCEDE?

Ma che succede nella città che un tempo si considerava vetrina del socialismo dal volto umano? Adesso il socialismo non c'è più, ma anche il volto umano è ricoperto di pustole e cicatrici. Parlo di Bologna dove da qualche tempo è arrivato un tizio che vuole metterci in riga. Da quando c'è lui, l'ordine regna sovrano. Nervosismo, discordia, aggressività, sfruttamento, violenza. Tutto nel quadro della legalità.

da leggere, Franco Berardi Bifo su Carmilla.

December 19, 2005

Mettiamo le cose in chiaro (odio stratificato e amore semplice)

(ripubblico, per un'amica distratta, che ha linkato una versione inesistente di questo post)

Odio la prontezza con cui lo scrittore scaltro ma quasi privo di talento riconosce un talento di grado superiore per non vedere annichilito il proprio; odio i ricchi di spirito, perché allagheranno il mondo di lacrime pretendendo di singhiozzare per le cause migliori; odio le vittime di se stessi, perché piangono il vinto per congratularsi col vincitore; odio gli avvocati della grammatica, perché sono mediocri correttori di bozze e predicano tra i refusi; odio la mia coscienza, perché mi sento in dovere di ricambiare i suoi sentimenti;  odio l’attivismo del leccapiedi, perché si dedica sempre a piedi banali; odio gli amanti ipocriti, perché sanno benissimo cosa dirsi, e lo fanno; odio i giovani lacerati dall’amore, perché sono l’esercito del ventunesimo secolo e non c’è un pacifista che provi a fermarli; odio i presuntuosi, perché sono stato tra loro, risultando spregevole; odio le vergini, perché non sanno cosa le aspetta, eppure aspettano; odio di nuovo le vergini, perché vivono una vita ascetica e assegnano al cazzo un valore mistico, fallendo come puttane e come sante; odio gli amatori licenziosi, perché si permettono di fare ciò che nessuno potrebbe vietargli, e così si sentono liberi; odio i prosaioli del nudo fatto (e non i prosatori), perché il mondo non è una tredicenne acqua e sapone; odio gli spiriti liberi, perché se sono spiriti non sono liberi; odio gli uomini che spargono incenso sulla mia dissacrata testa, perché il loro disprezzo è purissimo ma la loro intenzione è francamente incomprensibile; odio gli amici di dio, perché non hanno fatto nulla per guadagnarsi quella amicizia, ma ne vanno ugualmente fieri; amo chi mi ama, perché conosce qualcosa che io non conosco e mi piace imparare; amo la rabbia delle persone oneste, perché si fanno giudicare dagli atti ma si fanno credere con le sole parole. Io non ho altro. La mia fortuna è grande.

(Come disse quell’angelo austriaco: “ciò che qui ho scritto non pretende di essere nuovo, nei particolari; né perciò cito fonti, poiché m’è indifferente se già altri, prima di me, abbia pensato ciò che io ho pensato”. In realtà non saprei dire se stia citando e tutti i rancori di cui si parla sono genuinamente miei... Aggiungo che qualcuno si riconoscerà; qualcun altro eviterà di farlo, e lasciamo che i minimalisti muoiano; sono a disposizione per i casi ambigui.).

December 17, 2005

CSI, Buio, Tookie, Venaus, il presepe e Biondillo

Su Unità di Crisi:

CSI, di Wang;
Buio
, di Emiliano dei Loungerie;
Stanley "Tookie" Williams, avevni n modi per morire, collettivo;
A Venaus [Video], di Strelnik;
Il presepe e la performativa fase mistica, di Mirumir;
Biondillo e Cucchi: la teoria dei colori, che ovviamente di riferisce a questo

December 15, 2005

Biondillo: sui giallisti "falsi letterati"

di Gianni Biondillo

[Gianni Biondillo, scrittore, ha pubblicato i noir Per cosa si uccide e Con la morte nel cuore (Guanda); è autore di testi televisivi e cinematografici]

Ho ricevuto un fax da una amica. È un articolo di Maurizio Cucchi sul Corriere della Seradi lunedì: Il trionfo dei giallisti, “falsi” letterati. Interessante, molto interessante.
La prima cosa che fa Cucchi è mettere, come dire, le mani avanti: a lui Lucarelli in tivù gli sembra bravo e “persino” simpatico. Bene. E poi, en passant, ci confessa che con tutta la buona volontà, lui, Lucarelli non l’ha mai letto. Non ce l’ha con lo scrittore, è proprio che Cucchi non riesce ad appassionarsi ai cruciverba (?), ai rebus (?), e ai gialli (scusate, sono tonto: ma cosa c’entra?).
Non riesce a leggere la leggendaria Settimana enigmistica, così come i noir o i thriller sono per lui “misteriosamente tabù”. Be’, uno potrebbe dire: “finiamola qui. Non li hai letti, non hai nulla da dire in merito”. No. Non è così. Non li ha letti, ma Cucchi ha un sacco di cose da dirci in merito.

La prima cosa è che “il genere domina”. Già. “La narrativa è fieramente occupata da giallisti e affini”. Per lui, che non riesce a leggere i gialli, deve essere proprio un problema. Poniamo che io non riesca a leggere poesie (fortunatamente non è così, fortunatamente io alla fonte di Cucchi mi sono assai abbeverato): deve essere una bella fatica per me entrare in una libreria e trovare solo libri di poesia. Già.
Mi viene un dubbio. Su certe cose sono un tipo preciso fino al maniacale, controllo la classifica delle vendite di questa settimana: dei primi dieci libri di narrativa italiani in classifica solo due (ho detto 2 non 20 o 200) si potrebbero classificare come giallo-noir: Romanzo Criminale di De Cataldo, al sesto posto, e La luna di Carta di Camilleri, al decimo. Il primo è Baricco.
No, no, è chiaro, Cucchi intendeva il dominio culturale, non quello delle vendite. Ora che mi ricordo, il suo romanzo era uno dei finalisti dello Strega di quest’anno. Il premio dei premi. L’avrà vinto il solito giallista, mi dico. Vado a controllare. Accidenti: non c’è neppure un giallista nella cinquina. E neppure nella selezione allargata ai primi 11 libri. Boh, non capisco.
Rileggo l’articolo, magari sono io che sono proprio tonto.
I giallisti, ci dice Cucchi, fanno “letteratura” in quanto, appartenendo ad un genere, “compiono un’operazione squisitamente letteraria”. “Ma” (ecco la frase illuminante) “lo sappiamo: la letteratura (senza virgolette) è un’altra cosa”. Così si chiude l’articolo.
Ho capito tutto.
Non ha senso, per ciò, che io ora gli spieghi che forse dovrebbe informarsi. Che “scoprire chi è l’assassino” come in una sciarada da Settimana enigmistica è una cosa completamente ininfluente nella letteratura noir (vedi, appunto, Romanzo Criminale). Che persino il morto può non esserci nel genere giallo (negli ultimi 3 racconti che ho scritto non c’è un morto neppure a pagarlo). È perfettamente tempo perso rammentargli che Sciascia di “gialli” ne aveva scritti sei, che La promessa di Durrenmatt è considerato un capolavoro del noir, che il Pasticciaccio brutto è un poliziesco a tutti gli effetti.
Non è di questo che stiamo parlando.
Vi dirò: non credo che Cucchi sia in malafede. Credo anzi che sia sincero. E neppure che stia dicendo una bugia. Cioè: penso che il suo assunto sia completamente indifferente sia al vero che al falso.
In questo senso è perfettamente inutile che io gli ricordi che se parlassi della poesia contemporanea citando come unico referente D’Annunzio, per poi aggiungerci: “tutto questo andare a capo non lo capisco, mi indispettisce, è per questo che non leggo poesia, ma ho molto da dire in merito”. O, altrettanto, se per parlare di fisica teorica mi rifacessi ad Aristotele e poi aggiungessi che non sopporto gli ipse dixit, insomma che se facessi questo, quanto meno qualcuno potrebbe chiedersi se io non stia dando aria alla bocca.
Quello che sta facendo Cucchi con il suo articolo è un’altra cosa. Sta dialogando, per sottintesi, con qualcuno. Lo rassicura. A quel “qualcuno” sta dicendo: “ehi, ci siamo capiti? Io lo so cos’è la letteratura, quella senza virgolette”. Non ha importanza se lo sa veramente o meno. E non mi soffermerei neppure sull'eventuale tono pretenzioso o snob. Quello che fa Cucchi, con quelle affermazioni, è dare una certa impressione di sé a un particolare auditorio.
Ormai ci sono. Mi ha aiutato nell’analisi del testo cucchiano la lettura illuminante di alcune pagine di Harry G. Frankfurt, eminente filosofo morale docente all’università di Princeton.
Le affermazioni di Cucchi sono sincere, insisto. E non sono, necessariamente false (“i valori di verità delle sue asserzioni non sono al centro del suo interesse” dice Frankfurt). Inoltre “non si cura di come stanno davvero le cose” (sempre Frankfurt). Infatti Cucchi ammette di non leggere Lucarelli e, la parte per il tutto, neppure tutti gli altri “giallisti”. E, come già detto, cerca di dare un’impressione di sé al suo auditorio. Tutte queste caratteristiche hanno una voce esatta nel dizionario filosofico di Frankfurt. Tutte le opinioni espresse da Cucchi nel suo articolo sono, a detta dell’esimio professore di Princeton, una cosa ben precisa: “stronzate”.
Ovviamente, aggiungo, dato che le dice un poeta laureato sono, per me, emerite stronzate.


Update: su Lipperatura si può leggere l'intervento di Cucchi (con tanto di dibattito, ovviamente)

Professionisti del cazzo

Non scrivere, tirare avanti, fumare sigarette, controllare i pensieri, nessuna pagina abborracciata: mi sono dedicato per qualche settimana a questa spedizione senza oggetto, mi sono appaltato al silenzio. Non ho ottenuto nulla e non potrei continuare per molto, così vi rinuncio. Ho fisiologicamente bisogno della mia quota di errori per unità di tempo. Il villeggiante che non invidio, in questa stagione, ha bisogno della sua razione di sole e di  riposo, ha bisogno di grattarsi: quella nobilissima collezione di pigrizie che è la ragion d’essere dell’espressione  "in panciolle”, polirematica che descrive la condizione più ovviamente desiderata. Dopo un pranzo leggero, tra le due e le quattro, nelle ore peggiori del pomeriggio, ovunque si trovi un individuo in vacanza ci sarà qualcuno che suda e qualcun altro che spia ammirato il suo sudore. Si canta, si socializza e si giudicano cocomeri, le entità necessarie per il sollievo dal caldo, i soprammobili dell’estate. Il detenuto si gode le due ore d’aria e  poi torna a progettare il ristoro, un’attività ben più faticosa del facchinaggio e più complicata di una congiura. Non mi capita spesso di conoscere persone soddisfatte della gestione del tempo libero, e quasi tutti mi sembrano ossessionati dai concetti di pianificazione, ottimizzazione e razionalizzazione del divertimento; incapaci, persino nell’amministrazione dello stomaco, di essere dei dilettanti.
Io sono un altro genere di detenuto e le mie due ore d’aria trascorrono nello stato pietoso di chi si flagella da solo. Tra le due e le quattro del pomeriggio, tutti i giorni, il paziente me si occupa di commettere errori. Indosso le scarpe e prendo le chiavi dell’auto, gli strumenti dell’errore, e mi avventuro per le strade deserte, le mie acque termali, concentrato nella funzione di concepire ogni genere di sbaglio. Più tardi formulo i pensieri, enuncio le teorie e inizio a metterle su carta. So di non essere incompreso, perché trovo sempre compagnia nei miei fallimenti erratici.
Non fa pena questa mia sorte? Pretesa ridicola, la compassione di chi si evita. Tuttavia sono in grado di suscitare almeno un sentimento presso quelle coscienze ostili che si nutrono di fanatismo feriale: solo i dilettanti provocano la costernazione dei professionisti quando le due categorie condividono il mestiere, giacché i secondi non possono imporre ai primi la propria visione del mondo, ma sono costretti a vederseli a fianco come concorrenti, contendenti (essendo incapace, la mente di un professionista, di concepire se stessa al di fuori di una paranoica scala).

P.S.: spero che sia chiaro che qui si parla di “professionista” in senso degradato. È all’idea della professionalità che sono allergico, non a chi la incarna.

December 14, 2005

Troll e OT: quasi una lettera

Per quale bacio di un principe derelitto un individuo sano e ragionevole si trasforma in un troll? Cos’è un troll, messa da parte la mitologia nordica? Direttamente dal Jargon File:

[…] Derives from the phrase "trolling for newbies" which in turn comes from mainstream "trolling", a style of fishing in which one trails bait through a likely spot hoping for a bite. […] 2. An individual who chronically trolls in sense 1; regularly posts specious arguments, flames or personal attacks to a newsgroup, discussion list, or in email for no other purpose than to annoy someone or disrupt a discussion. Trolls are recognizable by the fact that the have no real interest in learning about the topic at hand - they simply want to utter flame bait. […]

 

Aggiungo che al diminuire del tempo e della pazienza del lettore, la costante sfida all’intelligenza portata da un troll diventa in ogni caso intollerabile: uno sterile complemento di vanità che, da superfluo accessorio di una discussione, si rivela più letale che farsesco: la provocazione è sempre pretestuosa, l’argomentazione è sempre inesistente. Nelle ultime settimane, da lettore di Lipperatura e da uomo esausto (come capita prima o poi a tutti), ho sviluppato una forma di allergia nei confronti delle figure irrisorie, parvenze più che persone, crosta e simulazioni più che testa e pensiero: ho sempre sostenuto che lo pseudonimo non abbia un legame necessario con la responsabilità (e difatti lo pseudonimo non è una maschera, a meno che non si abbia voglia di recitare: in quel caso, una maschera varrà l’altra), lo sostengo ancora: un nickname è un mezzo, la rete è un mezzo, e l’idiozia non si allatta senza qualcosa di vivo: il mezzo, lasciato a se stesso, è inerte.
Il rito degli off topic che si celebra tutti i giorni su Lipperatura ha per responsabili uomini bel precisi, non un luna park automatico: non i mezzi di comunicazione, non gli strumenti (come lo pseudonimo), che senza l’uso sono esattamente niente. La rete, i weblog, la comunicazione non portano con sé alcuna necessità di bestie feroci o di bestie afasiche: le bestie di qualunque genere arrivano sempre di propria iniziativa, spesso in forma umana, con il prevedibile fardello di atrocità discorsive e di solipsismo espansivo, cercando di socializzare, più che le idee, più che i ragionamenti, petizioni di principio a carattere pseudoletterario e giudizi che somigliano sempre più a decreti. Il ragionamento, il processo deduttivo, la semplice giustificazione dell’opinione sono banditi dalla mente del troll, egli non ne ha bisogno: discende dal proprio Olimpo per asserire, non certo per confrontarsi, e nello spazio di qualche messaggio avviene l’occupazione di territorio: nella testa del troll il luogo comune subisce la metamorfosi in una gigantesca tazza cacatoria dove evacuare tonnellate di uno scriteriato narcisismo che non trovano altra destinazione. Solipsimo espansivo è di certo un ossimoro, ma credo che descriva al meglio la triste condizione di questa macchietta disprezzata ma immortale: il troll non è una necessità (per fortuna), ma la sua apparizione in ogni contesto sociale, soprattutto in rete, è un fatto ineluttabile. Il troll non ragiona, e con il troll è inutile ragionare: a ogni tipo di argomentazione oppone lo sproloquio o il vaneggiamento, a scelta.
Per quanto sia convinto della non-linearità del discorso (o dei discorsi) e in certa misura dell’utilità degli OT, sento anche l’esigenza di un insieme minimo di regole, io come molti altri: se le regole si fanno giocando, arriva prima o poi un giorno in cui si è giocato a sufficienza perché sia chiaro, di fatto, quale sia la base condivisa di diritti e di doveri che una comunità è disposta a sottoscrivere, in nome della sopravvivenza della comunità stessa.

In tema: Punto e un punto e virgola, sempre su Lipperatura.

 

December 13, 2005

Il cinista e l'inetto (ovvero: il medesimo)

Un cinismo completamente spietato, di solito, è un atteggiamento stupido che si nutre di vanità e si mantiene in vita nella trepidante attesa di una voce amica: giovani menti, argute e truffaldine, si riconoscono dalla fame di cocci, si riuniscono per la comune volontà di fare a pezzi il  ruvido mondo, con l'eccezione del proprio cortile. Un manifesto piuttosto scaltro, ma che si ferma allo stadio di perenne progetto. Loro sono la carne che marcisce allo specchio, sono i fogli pieni di finta disperazione, sono un triste alleluia alla fica di mamma, che li ha scaraventati nel mondo senza un libretto di istruzioni. Non sanno da che parte andare; aspirano a diventare i cani rivoluzionari del ventunesimo secolo, latrando e scoreggiando sull’angoscia che piegava le ginocchia di Camus, e in generale di tutti gli uomini tormentati. Sono sfacciati e, sulla mutua approvazione, con parole balbuzienti, fabbricano una fede e una claque. Sono collaborativi, hanno una comunità, hanno il privilegio di qualche decina di sordi che li asseconda con benevolenza e parzialità. Sono cani che non dormono mai: sono gli sfiduciati di terracotta e i nichilisti recitati e logorroici. Investono nell’operetta grottesca della loro vita un’energia inverosimile. Eccoli: sono fameliche legioni. Io, vi confesso, ritengo che il cinismo cieco e assoluto sia una mistificazione, perché negando ogni minimo valore, in ogni occasione e in ogni istante, sceglie cocciutamente se stesso e si ricicla a sua volta come valore. Noi non crediamo a nulla, cinismo a parte; il mondo è cinico e quindi la poesia è cinica, la bassezza è la statura dell’uomo e l’arte e la bellezza sono l’immagine di questi fatti: pura cronaca. La letteratura, ovviamente, è la forma in cui il cinismo di dispiega meglio, se a distribuirlo  è il nostro maledetto Caino: non è un vate, è addirittura l'unico interprete possibile per un mondo caduto in miseria (mondo letterario, come è letterario il cinismo a cui alludo). Questo ripete il cinico nel suo gergo, e d’ora in poi lo chiamerò cinista per distinguerlo da me stesso, che sono un cinico fresco di calci in culo (ma convinto sostenitore di qualcosa).
Per essere credibile, il cinismo dovrebbe discriminare. Non essendo in effetti un ideale, si deve determinare come tratto del carattere o come gesto esistenziale: come cinismo critico e laborioso. Passiamo a me, o a quello che vorrei far credere di essere. Io sono la peggiore persona di mia conoscenza: ho i difetti più diffusi, oltre che qualcuno estremamente raro; tendo a propagarli, perché sono un uomo generoso. Esattamente come voi. Non credo sia necessario riferirvi tutti i miei misfatti, che iniziarono poco dopo la separazione dalla culla. Mi si può credere sulla parola, la mia coscienza è una palude. Il cinismo, in questo senso, è un disinfettante della coscienza, una specie di tribunale dell’inquisizione in cui non siedono streghe: sono da solo, mi guardo le mani, le pulisco dal sangue inutile e lascio solo le macchie illustri: sono decorazioni che servono a ricordarmi delle battaglie perse. Dunque, c’è un po’ di sangue sulle mie mani. E’ naturale, giacché vivo tra gli uomini, che non hanno certo ruggine nelle vene. Quanti ne ho uccisi, a parole: nessuno. E’ evidente: sono un umanista che per vocazione tende a diffidare; è evidente anche come non riesca a spiegarmi. Adesso mi riposo. Se volete ci possiamo dare la mano: come cani fraterni. Bau bau.

December 12, 2005

Lugi l'ipotetico

Per la stanchezza provata allo specchio; per la signora Hertzel a corto di borghesia e smaniosa d’averla; per quei soldatini dell’informazione che della guerra vedono solo la rappresentazione, militanti della  propria gazzetta  e devoti a qualche salotto, e completamente orbi fuori da questi due luoghi di verità; per le sigarette di Wittgenstein e per l’ira di Russell, intossicato solo dai fumi della logica; per la bonaccia intellettuale dei miei compagni di scuola, che progettavano lucidamente ogni istante di una vita orribile, dai primi sacramenti di un certo di rilievo fino alla soglia della cassapanca; per Ulisse l’architetto, il più profondo pozzo della furbizia, epico e tetro; per Luigi XXI l’Ipotetico, il nonno in comune dei miei personaggi, che vive da dieci anni come semplice astrazione e che ogni tanto si incarna come voce narrante: è risorto. Per queste cose scrivo?
Quasi nulla di tutto questo esiste veramente ma per scrivere –prima di inventare favole- devo inventare i buoni motivi, ed un concentrato di buoni motivi dà alla macchietta che li rappresenta la sua vera essenza: l’assurdo. Chiaramente il rischio dell’incomprensione o del fallimento è alto, per via di alcuni caratteri costitutivi del rapporto tra ogni scena e il suo teatro, quando si pretenda di distinguerli in maniera troppo netta. Così il personaggio si trasforma in un indovinello da sciogliere: è un senzadio che dev’essere nato per una ragione precisa, che personalmente ignora; vive un’esistenza sperimentale, al termine della quale lo spettatore, il lettore, l’occhio vigile del voyeur cercheranno il lieto fine, l’offerta didattica di un tipo esemplare, l’iscrizione in calce di una morale. Vive come didascalia e fa quello che fanno le scimmie quando mangiano banane nei laboratori, consegnandosi senza volontà, con nessun altra ispirazione che quella dello stomaco, al pomposo universo della spiegazione causale. Domani saranno servite a qualcosa, presumibilmente a curare una malattia.
Luigi XXI l’Ipotetico mi fa notare che questa logica presume che anche l’esistenza sia una malattia da curare (e poi Luigi ricomincia a morire).